Arte e antipsichiatria, una terapia a rovescio

Arte e follia, una nuova alleanza?

Dal 1975 al 1977 all’Ospedale Psichiatrico Frullone di Napoli opera l’A/Social Group, un gruppo campano composto dagli artisti Gerardo Di Fiore, Aulo Pedicini, Carmine Rezzuti, Enrico Ruotolo e dal critico d’arte e poeta Gerardo Pedicini.

Tra le ragioni che portano gli artisti a dislocare la loro pratica in un manicomio è lecito ipotizzare, come rileva Stefano Tacconi, che essi individuino una sorta di affinità di famiglia con i pazienti: quasi dei lontani cugini per i quali nutrono una sorta di invidia per aver avuto l'ardire, a differenza degli artisti, di non essersi adeguati alle regole del "vivere civile". Dall'altra parte bisognerà ricordare anche che il Settanta sono anni in cui gli artisti cominciano ad identificarsi sempre più come sollecitatori e co-operatori di base, attivi sul territorio al di fuori degli spazi canonici del consumo privilegiato dell'arte. Insomma, un'estetica nel sociale che rinnova il problema dell'elaborazione artistica a partire dall'allora forte tendenza partecipativa decisionale di base.

Operazione A/Social Group "Cancellazione" al Frullone di Napoli
A/Social Group, Cancellazione, Ospedale Psichiatrico Frullone, Napoli, 1976 (credit: roots-routes.org)
Performance "Vita vegetativa" di Gerardo Di Fiore al Frullone di Napoli
Frame della performance Vita Vegetativa di Gerardo Di Fiore all'Ospedale Psichiatrico Frullone di Napoli, 1976 (l'ultima immagine ritrae un paziente che, successivamente alla performance, decise di imitare l'artista)







Abbiamo intervistato Gerardo Pedicini e con le sue parole vorremmo ricordare quelle esperienze:


Come nacque l’idea, quali obiettivi vi poneste?

L’idea di lavorare in un manicomio è stata sempre presente nella mia mente; avevo piena conoscenza della ricerca in atto in Italia e in Europa e prima di avventurarmi su un terreno così denso di significati andai a vedere queste esperienze: sono stato due volte a Gorizia da Basaglia.

Mi mosse sia il fatto che passassi sempre di fronte al manicomio andando ad insegnare a scuola (mi interessava vedere quel luogo), sia il ricordo di un dialogo tra due fratelli in una scultura a Napoli nella chiesa di San Lorenzo: chiedendosi cos’è la vita uno dice: “Tutto” e l’altro: “Niente”; allora il primo chiede: “Se è niente, perché tutto?”, “É niente e tutto”: la nullità della vita riportata quasi ad una dimensione cattolica ma anche la vanità del tutto di Leopardi.

Perciò, dopo averlo frequentato da solo e dopo avervi realizzato con i miei alunni una pièce teatrale per i degenti in cui si inneggiava alla liberazione dalla disidentità cui aveva portato l’alienazione manicomiale, convinsi i vari amici a fare questa esperienza con me.

Avevo inoltre già lavorato con Crispolti per Napoli Situazione 75 e avevo firmato con lui altre mostre, perciò sapevo che avrei trovato il modo e la forma per realizzare quell’esperienza.


L’inizio fu soprattutto un momento di partecipazione alla vita dell’ospedale.

Sì, e questo lo permise il gruppo degli infermieri e il direttore Sergio Piro che aveva firmato con Basaglia “La psichiatria democratica”. Basaglia era più rivolto all’abbattimento dell’ospedale, mentre Piro e gli intellettuali che frequentava, come Aldo Masullo, era più attento agli aspetti psicologici interni che abbrutivano le coscienze.

Iniziammo ricercando le motivazioni per cui i degenti si trovavano all’interno della struttura: a volte per rapporti interni alla famiglia a volte per comportamenti di vita che la società non accettava. C’era una ragazza che non riusciva a sopportare la repressione familiare e spesso scappava di casa, perciò decisero di interdirla. C’era anche un uomo che, tornato dalla Russia dopo la guerra, manifestò qualche idea inconsulta e la moglie lo fece interdire. Lui disegnava costantemente gli alberi nelle forme più inconsuete e quando gli chiedevo il perché rispondeva: “L’albero è vita”. Il rapporto con i pazienti fu costante, ogni giorno era presente qualcuno di noi (io sempre per la vicinanza con la scuola).


L’attività interna era accompagnata anche da momenti di socializzazione locale con dibattiti a scuola, comitati di quartiere, organizzazioni democratiche.

Io allora vivevo la mia stagione politica all’interno del PCI e riuscii a far girare i filmati che giornalmente costruivamo nel manicomio all’interno delle strutture di quartiere della città. Grazie a questi spazi, dove realizzammo anche vari interventi, la comunità partecipò attivamente. Addirittura un mio compagno di sezione si accorse che tra i degenti c’era anche la sorella: sapeva fosse deceduta ma in realtà quando all’età di quindici anni iniziò a mostrare delle pulsioni sessuali i genitori la fecero interdire.

Dopo la Biennale di Venezia del 1976, in cui esponemmo la documentazione dell’esperienza, proseguirono le attività ma ben presto gli artisti si ritirarono, anche perché le ambizioni politiche andavano accrescendosi in lotte più spietate.


Poi arrivò il momento degli interventi veri e propri…

Fin dai primi tempi in cui cominciavamo a comprendere la situazione e la condizione del “malato”, incominciammo a pensare alle forme e ai modi in cui strutturare l’intervento, così, dopo mesi di costruzione di rapporti con i malati, ci fu l’intervento di Di Fiore: si spogliò interamente, portò un vaso enorme e si mise un cartello con scritto: “vita vegetativa”. Poi Rezzuti che disseminò a terra, insieme ai pazienti, dei cuoricini rossi come tante pietrine per ritrovare la strada perduta (c’era un grande rapporto di comunanza con gli ammalati). Aulo, di fronte a un grande specchio, si tolse i panni quotidiani: si vestì, di fatto, della disidentità degli ammalati; questi, specchiandosi a loro volta, costatarono o almeno si posero il problema, per quello che riuscimmo a verificare, del loro stato di reclusione, della loro disidentità.

Con gli interventi creativi si tentava di mettere nella testa dei degenti uno spirito pirico, far loro capire: “questo siamo diventati a causa delle condizioni in cui la società ci fa vivere”. Una dichiarazione di esistenza che noi volevamo nascesse da loro stessi.


Alla domanda sul perché venne scelta proprio la performance come espressione artistica, l’artista Gerardo Di Fiore, che ha anch’egli condiviso con noi alcuni ricordi, ci ricorda quanto fondamentale fu l’installazione di un enorme telo con una croce sopra che cancellava simbolicamente l’Ospedale..

"Questo venne poi portato alla Biennale nel 1976, quando realizzammo un'altra performance in Piazza San Marco: io, Aulo Pedicini e Rezzuti ci avvolgemmo col telo e simulammo i malati; poi Gerardo Pedicini e Ruotolo tagliarono la copertura a garantirci "L’inserimento nella realtà" cosicché potemmo schizzare fuori con una folle vitalità e con i volti dipinti di un colore verde, ispirato da un paziente del Frullone: simbolicamente il malato usciva ed era libero di muoversi". La parola d’ordine era, insomma, “identificazione col negativo storico” per una riappropriazione del termine humanus: denunciare i meccanismi violentemente esclusivi della società che le istituzioni totali rendono definitivi. Erano gli anni della body art e perciò, secondo le parole di Di Fiore, "per intendersi, non c'era molta differenza tra le performance di Vito Acconci e un folle, la follia si sposava con l’arte e l’arte entrava all’interno della follia.. mi sembrava una buona combinazione".


Ad oggi che bilancio si sente di fare?

Allora tutto ci sembrava giustificare i nostri interventi e allo stesso tempo tutto ci sembrava inutile perché non produceva gli effetti che desideravamo, eravamo troppo spinti a raggiungere risultati immediati e non ci rendevamo conto che modificare le coscienze dei singoli e del territorio (per le quali molti ammalati erano stati chiusi) non potesse avvenire in un giorno. Ad oggi molti malati sono dispersi tra la comunità ma ricordo le reazioni di chi non sopportava gli ammalati che uscivano per i vestiti da straccioni o per comportamenti inadeguati al vivere civile. La comunità ha dovuto poi accogliere e accettare la convivenza con questa malattia che è anche sociale perché dipende da essa visto che molte cause non erano mentali.

Credo che i nostri interventi abbiano avuto un effetto positivo ma le cose non si cambiano se non c’è una continuità e la legge non bastò a cambiare le cose.

Qualcosa di profondo dovrà avvenire all’interno delle coscienze di ognuno di noi, quando riusciremo a superare questo gap forse saremo un’umanità diversa.


Cenni storici



L’antipsichiatria, in cui si colloca la figura di Franco Basaglia, è stato un movimento novecentesco a cui aderirono medici, filosofi e psicologi. Essi si erano resi conto di come, continuando a confinare i malati mentali con metodi quali quelli in uso fino ad allora, la ricerca scientifica avesse già iniziato a ristagnare. Era pressochè impossibile infatti, capire l’origine e la natura del disagio in un contesto in cui la realtà e gli stimoli del mondo esterno venivano a tutti gli effetti cancellati.


Si formarono quindi due linee di pensiero: in primo luogo coloro che si ponevano come obiettivo il rivalutare la comprensione della follia, mentre dall’altro lato la psichiatria tradizionale. Il proposito era quello di trattare il contatto con il medico (e quindi con l’ospedale), come ultima spiaggia, collocando i pazienti in comunità o reparti in cui si seguisse un approccio sperimentale.


Il primo Stato in cui vene messo in pratica questo metodo fu l’Inghilterra, sotto la direzione di medici come Ronald Laing e David Cooper.


Dai loro scritti traspare l’ampiezza dell’obiettivo che i sostenitori dell’antipsichiatria si erano preposti. Si definivano infatti non medici, ma “operatori delle istituzioni pubbliche”, che con il loro lavoro avevano tentato di dare al sofferente una alternativa alla violenza repressiva individuata del manicomio.

Il lavoro di Cooper si concretizzò nel ‘62 nell’esperimento che prese il nome di Villa 21. Si trattava di un semplice reparto afferente ad un ospedale psichiatrico, in cui venne messo in pratica per la prima volta il nuovo metodo.


Fra il 1965-70 si aggiunse ad essa in Inghilterra, un altro importante elemento sperimentale: Kingsley Hall, più volte visitata intorno alla fine degli anni Sessanta dallo stesso Basaglia.

Quello che era stato adottato all’interno di questa seconda comunità era più un modus vivendi che non una presa di posizione nei confronti della psichiatria tradizionale, la quale in quegli anni riprese un vigore sufficiente a minare l’esistenza delle embrionali Kingsley Hall o Villa 21. Il 1970 ne segnò la chiusura.


Vennero quindi a crearsi numerose correnti all’interno del movimento antipsichiatrico, le quali toccarono inevitabilmente anche Basaglia ed i suoi sostenitori. Potremmo dire che in generale alla base dell’ideologia che abbiamo appena descritto ci fosse la convinzione che la psichiatria stessa fosse parte in causa del disagio psichico.


Molti all’interno del movimento, i più politicizzati e radicali, erano forti sostenitori della teoria in base alla quale la malattia mentale non esistesse e non fosse in realtà mai esistita. Il più celebre fra loro fu Thomas Szasz ed insieme a lui i teorici dell’etichettamento sociale.


Altri riconoscevano l’esistenza della follia in quanto tale, ma la consideravano una reazione alle tensioni alle quali la vita ci sottopone. Alcuni credevano, in un’accezione quasi freudiana, che l’origine del malessere fosse da individuare nelle relazioni interpersonali (nello specifico all’interno del nucleo familiare), mentre altri tendevano ad espandere il panorama di possibili eventi traumatici su un orizzonte più ampio.


Il medico italiano Franco Basaglia quindi maturò una personale visione nei confronti di cosa fosse necessario fare per migliorare e rendere più efficaci le cure.

Più volte testimone dei soprusi messi in atto da medici ed operatori sanitari all’interno delle strutture detentive, lavorò tutta la vita per diffondere i suoi ideali.

In uno dei suoi più importanti scritti, L’istituzione negata (1968), si espresse in termini duri nel parlare del controllo societario dei malati mentali. Scrive chiaramente come l’obiettivo dei professionisti in carceri e manicomi fosse “adattare gli individui ad accettare la loro condizione di oggetti di violenza.


Non solo a causa di trattamenti eccessivi Basaglia, partendo dal manicomio di Gorizia iniziò a mettere in atto il suo progetto di “rovesciamento istituzionale”.


Il manicomio di Gorizia gli venne affidato nel 1961. Era un luogo in cui regnava la più aggressiva repressione nei confronti degli internati, cosa che il nuovo direttore si impose di cambiare.


Nel corso dell’esperienza goriziana si riunirono intorno a Basaglia professionisti che avrebbero contribuito negli anni Settanta ad esportare certi principi e metodologie nelle più importanti strutture manicomiali italiane.

Basaglia comprese bene che il cambiamento non avrebbe potuto concretizzarsi in poco tempo, il rischio era “bruciare” un'importante occasione facendo troppo, troppo in fretta, come era accaduto in Inghilterra.


Non solo si cercò di mettere in atto alternative terapeutiche che evitassero a tutti i costi la violenza, ma il confinamento stesso del malato venne meno. Il medico, durante le famose assemblee, arrivò a disporsi in cerchio allo stesso livello dei pazienti sotto la sua responsabilità. Venne abolito il camice e la figura dello psichiatra “in borghese” divenne quasi quella di uno psicoterapeuta, con l'ambizione di incoraggiare introspezione ed autoanalisi.


Le assemblee dei matti di Franco Basaglia sono l’esempio più alto [...] del bisogno di democrazia.”

Molti hanno parlato del “caos” di voci e personalità che si creò a Gorizia in quegli anni, paragonando il tutto ad un “precoce ’68”. Sulla scia delle rivoluzioni di quel periodo, molti forse non sanno che nel 1973 vide la luce “Psichiatria Democratica”. Fra i punti cardine l’impegno da parte del medico di lavorare su se stesso, tentare di trovare metodologie di cura appropriate da paziente a paziente, nella speranza che egli potesse ritrovare l’identità che il manicomio gli aveva fatto dimenticare.

Alcuni degli obiettivi più importanti che vennero messi in primo piano furono l’analisi del rapporto fra emarginazione sociale e psichiatria, insieme alla formazione degli operatori di salute mentale.



I risultati della Legge Basaglia non furono quelli sperati
I risultati della Legge Basaglia non furono quelli sperati

La Legge Basaglia entrò in vigore il 13 maggio 1978 con l'obiettivo di eliminare i manicomi.

I risultati però non furono quelli sperati. A soli quattro anni di distanza, Giuseppe Costamagna, deputato della DC, espresse una seria perplessità sull'attuazione del provvedimento: la mancanza di strutture e operatori portò malati mentali improvvisamente dimessi, a trovarsi abbandonati dalle famiglie, dalle istituzioni e dallo Stato, dato che nessuno di questi aveva più il diritto o era in grado di assicurare assistenza.

Dall'altro lato, se le famiglie ricche avevano risolto il problema ricorrendo alle cliniche private, quelle povere hanno pagato il prezzo della riforma trovandosi a dover accudire parenti affetti da disagio psichico senza sapere come fare (considerando che alcuni potevano anche essere pericolosi).

I malati si trovarono ospitati nelle corsie degli ospedali rendendo la vita difficile a medici e infermieri mancanti di una formazione specifica, senza contare il problema della convivenza con i pazienti "regolari" dato che la legge proibiva anche la creazione di reparti appositi.


Le sperimentazioni avanguardistiche di Basaglia, rafforzate da operazioni artistiche come quelle dell'A/Social Group, non bastarono. Quello che mancò fu il contributo della società per creare una cultura dell'accoglienza e sperimentazioni che dessero ai più fragili il respiro dell'umanità.


Autrici: Caterina Martinelli e Viola Buzzoni

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