Bob Dylan: dal canto di protesta alla nascita del folk rock


Con l’uscita nel giugno del 1965 del singolo “Like a rolling stone” firmato Bob Dylan, canzone lunga più di 6 minuti che inneggia al cambiamento e alla capacità di accoglierlo, si ha una svolta di genere nella musica di Bob Dylan e il brano diviene, del tutto inconsapevolmente, una delle più grandi canzoni di tutti i tempi.

Bob Dylan fuma una sigaretta seduto al piano
Bob Dylan fonte: HITS Daily Double

Ma chi era Bob Dylan prima del 1965 e cosa rappresentava?

A partire dal maggio del 1963, con l’uscita del suo secondo album “The Freewheelin’ Bob Dylan”, egli iniziò a farsi strada sia come cantante che come autore; molte delle canzoni dell’album, infatti, vennero considerate di protesta in quanto influenzate dalla passione dello stesso Dylan per le canzoni sui fatti d’attualità di Pete Seeger (uno dei più conosciuti folk singer statunitensi).

Un esempio? Uno delle sue canzoni più celebri, “Blowin’ in the wind”, risalente al 1963, periodo in cui gli Stati Uniti sono in guerra contro il Vietnam, parla di diritti civili e degli orrori della guerra, in un brano costruito su una serie di domande le cui risposte, per l’appunto, volano nel vento. Ebbene, la melodia del brano è parzialmente tratta dalla canzone tradizionale degli schiavi intitolata “No More Auction Block”.


Subito dopo la pubblicazione del secondo album, egli divenne la figura dominante del nuovo movimento folk che, anche insieme ad altri come Joan Baez, cantava per i diritti civili; le sue canzoni di protesta hanno alimentato, infatti, lo spirito di ribellione nei giovani e l’ardore nel combattere e difendere i diritti civili. I suoi testi sono messaggi di pace contro ogni forma di sopruso e violenza: contro la schiavitù, la guerra, il razzismo, la povertà.


Succede, però, che verso la fine del 1963 il cantante si sente tanto manipolato quanto imprigionato nella figura di cantautore di protesta che fino a quel momento gli era appartenuta per cui sceglie di percorrere sentieri da lui ancora non esplorati abbandonando la nicchia folk per affacciarsi al mondo del rock (e anche del pop).


Bob Dylan inizia a ripensare alla propria identità e, trincerandosi dietro la sua sigaretta, diviene indisponente e polemico con la stampa che non faceva altro che ricordargli qual era stato il suo ruolo fino ad allora, ovvero musicista di protesta e voce di un’intera generazione, dando risposte a volte spiazzanti, a volte anche crudeli e surreali; cambia addirittura il suo modo di vestire, i blue jeans usurati e le camicie da lavoro lasciano il posto alla giacca nera di pelle e occhiali da sole Wayfarer, insomma si trasforma quasi in un saltimbanco da circo pur di sfuggire a facili etichettature, stanco di esser considerato quasi alla stregua un juke-box per un pubblico bisognoso di conferme per le proprie posizioni.

Questo percorso di ripensamento di sé stesso lo porta a scrivere, nel 1965, un album che segna uno strappo con il passato, dotato di un cambiamento stilistico, con un lato acustico e uno elettrico (è infatti la prima volta che l’artista è accompagnato da strumenti elettrici), intitolato “Bringing It All Back Home”, album nel quale è contenuto il singolo “Like a rolling stone”.


Lo stesso autore definisce il componimento con queste parole: «Fu come un lungo conato di vomito. Tutto il mio persistente odio era talmente diretto da essere sincero. Alla fine non era odio. Vendetta era il termine più appropriato. Non avevo scritto niente di simile prima (..) perché era una categoria completamente nuova». Egli scrisse un testo lungo venti pagine, che doveva essere destinato a un romanzo, durante un volo di rientro dal tour inglese e, una volta rientrato nella sua casa a Woodstock, cacciò fuori quel “lungo conato di vomito” trasformatosi in canzone così come noi la consociamo.


Condito da un tono d’invettiva quasi rabbioso, Bob Dylan, non senza sarcasmo, si sfoga rivolgendosi ad un’immaginaria “Miss Lonely”, ragazza borghese ricca e viziata che si ritrova a perdere tutto ciò che fino a quel momento aveva posseduto, da un giorno all’altro e, una volta caduta in disgrazia, si ritrova a vivere per strada senza casa (“how does it feels/ to be without home/ with no direction home/ a complete unknown/ like a rolling stone”).


Questa Miss Solitudine avrebbe anche un volto, quello dell’attrice Edie Sedgwick, morta a soli 28 anni a causa della droga. Ella aveva trascurato valori importanti, tipo quello della famiglia, per stare sotto i riflettori, dedicandosi completamente al divertimento e al glamour. Per un po’ di tempo è riuscita ad incastrarsi bene in quell’ambiente eccitante ma al tempo stesso superficiale che però, una volta finite le attenzioni e finiti i soldi, l’aveva gettata fuori alla velocità della luce. A questo punto la giovane si è ritrovata senza una casa e non è stata più accolta neppure dalla sua famiglia, che l’ha abbandonata a causa dei suoi segreti e delle sue bugie. Alla fine è “invisibile”, non ha più “segreti da nascondere”, è letteralmente “senza una casa, una completa sconosciuta, come una pietra che rotola via”.

Il fulcro della canzone è la lezione di vita sottostante, che trascende la storia in sé che viene raccontata, che prende il via come se fosse una favola (“Once upon a time”) ma senza lieto fine, mettendo in evidenza valori come la famiglia, l’integrità morale e l’onestà.


Ma c’è ovviamente dell’altro.


Dylan ripete ossessivamente “How does it feel” nel ritornello, come se fosse un grido di un’artista rinato, un grido trasportato dal vento di cambiamento di quegli anni, vento impossibile da arrestare, attraverso una musica congegnata appositamente per seguire il testo e non il contrario, che sembra inseguire la voce di Bob Dylan quasi rotolando dietro al testo, cosa mai avvenuta prima nel rock, con l’accompagnamento di un organo che si pianta in testa e che non ne esce facilmente, una domanda, questa, che sembra non solo rivolta alla ragazza di cui parla nel testo ma proprio all’ascoltatore, come a dire “Come ti senti, cosa si prova, che effetto fa vivere in questa America?”


È un’invettiva contro il privilegio di classe, contro una superbia punita dall’alto. Un inno generazionale che esalta la ricerca della libertà a tutti i costi, rifuggendo da percorsi prestabiliti e che rappresenta quell’ esperienza esistenziale di chi deve necessariamente perdersi per poi ritrovarsi, una via verso la redenzione in cui il fallimento è il momento liberatorio.


L’artista segue questa scia con un canto rabbioso ma che pian piano riesce ad elargire grazia, riuscendo a toccare gli stadi più alti della liberazione.

È questa la parola chiave. Dylan quindi vomita sei minuti di musica liberatoria creando una nuova architettura musicale, che non si rifà più ai tre minuti di musica orecchiabile e testi disimpegnati. Il rock, da lì in poi, assume dignità di forma artistica autonoma caratterizzata da un linguaggio misto e colto.

Egli ci invita a inseguirlo, con la sua voce tanto sgraziata quanto ipnotica, e ad assistere alle sue tante morti artistiche, perché egli è immortale proprio per questo, perché riesce a morire tante volte in vita, anzi insegue questo tipo di morte per cambiare pelle rinascendo purificato.

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