Covid-scetticismo e disagio sociale. Elementi di riflessione

Autore: #LorenzoScoccati

Covid-19 e mascherine considerate come truffe

Fin dall’inizio della pandemia, assieme al susseguirsi di dati e di informazioni circa la situazione epidemiologica, abbiamo imparato a familiarizzare con le convinzioni secondo le quali il Covid-19 è una truffa, un’invenzione di qualche non meglio specificata forza oscura, un generico “loro” che ricaverebbe un indecifrabile guadagno dal controllo sociale e dalla crisi generale. Tanto quanto con le tesi dei cosiddetti negazionisti, non siamo nuovi dal confrontarci anche con i tentativi di spiegazione scientifica, psicologica e sociologica.

Ma le considerazioni sui No-Covid, che si trovano su internet, fanno solitamente riferimento alle posizioni estreme, con in testa quelle di chi nega apertamente la pandemia; ad essi vengono solitamente associati anche i minimizzatori, chi pensa che siamo davanti ad una sopravvalutazione del rischio di mortalità della malattia, che il virus quando si manifesta dà luogo a qualcosa di simile ad una brutta influenza o poco più. Infine, nello stesso calderone concettuale, troviamo anche coloro i quali sono “solo” ostili verso le misure restrittive. Ma fare di questo universo un partito unitario, attraversato casomai da qualche corrente interna, tendendo a polarizzare le posizioni, è un errore. In questa semplificazione cade anche Elisa Manacorda, la quale, in un articolo peraltro serio, acuto e tutt’altro che banale pubblicato su Repubblica lo scorso 9 novembre dal titolo: “Coronavirus, fra negazionisti e bufale. Le vere ragioni delle false credenze” non perde neanche tempo ad elencare i possibili macro-campioni di posizioni “Covid-scettiche” (termine nostro utilizzato d’ora in avanti per comodità), raggruppandole tutte nell’insieme delle false credenze. Va da sé che l’intenzione, del tutto nobile, della Manacorda era quella di gettare luce sulle cause che portano determinate persone a considerare “vere discutibili nozioni”, e che, insieme ad altre variabili sociali e psicologiche, danno luogo alle fantasiose posizioni Covid-scettiche. Sulla stessa lunghezza d’onda Ferdinando Camon pubblica il 13 ottobre un articolo su Avvenire; ed anche lo psicologo Vito Brugnola non ha torto quando il 18 ottobre scrive su BrindisiReport che il negazionismo sia un sintomo, generato nelle persone, di passività e scarsa autostima.

In altri termini, non mancano, negli ultimi mesi, narrazioni analitiche assolutamente autorevoli sui Covid-scettici, ma esse si concentrano quasi esclusivamente su spiegazioni psicologiche, e tendono a raggruppare forse eccessivamente il fronte della critica.

Come elemento di riflessione che ci sembra andare nella direzione di quanto appena dichiarato, riportiamo gli esiti di una breve intervista fatta a S.C., giovane lavoratore della ristorazione con esperienza quasi decennale attivo nella Toscana centrale, oggi colpita dalle restrizioni. Gli abbiamo chiesto cosa ne pensava in generale della pandemia; la risposta è stata che il Covid esiste e probabilmente dà luogo ad alcuni sintomi, ma che la mortalità è assolutamente sovrastimata; malati e morti sono l’oggetto di un bombardamento mediatico costante, una sorta di mantra (termine nostro) a metà strada tra l’ammonimento ed il rituale collettivo. Alla domanda se ritiene che esso sia stato creato in qualche laboratorio per oscuri fini o che provenga dal fenomeno del salto di specie, la risposta è stata che lui, allo stato delle sue conoscenze, non ha gli strumenti per selezionare una delle due opzioni. Sul lato della gestione della pandemia, invece, le cose si complicano: dapprima l’ipotesi che viene paventata è che l’emergenza serva a velocizzare la definitiva affermazione del pagamento virtuale, elemento che metterebbe in crisi ristoratori, negozianti e Partite Iva a causa dell’alta tassazione sulle transazioni bancarie; in seguito, poi, afferma che sarebbe stato meglio stare chiusi qualche mese in più a maggio e giugno, per evitare di trovarci in questa situazione ora. Questo ragionamento, lo porta a ritenere che anche “loro” (termine che ricorre spessissimo) alla fine abbiano compreso poco sul come gestire questa situazione, e che in fondo grosse architetture dietro al Covid non ce ne sono.

A questo punto, mentre si avvia un processo di ravvedimento di alcune posizioni precedentemente affermate, l’intera pandemia – e con essa il suo linguaggio fatto di “casi”, “morti”, “contagi” e “terapie intensive”– viene per un momento accettata, ma non appena prende consapevolezza di tale accettazione scatta una forma di ritorsione, di difesa, e di nuovo quelle parole virgolettate diventano il veicolo di un disagio profondo.

Una delle tante conseguenze della pandemia è la chiusura delle attività commerciali

Che cosa dedurne? Di sicuro che c’è una bella differenza tra chi sostiene che il Covid non esiste e che è tutta colpa di Soros, Bill Gates, dei cinesi e di chissà chi altro, e chi se la prende per le chiusure dei negozi e dei locali e in generale per le difficoltà economiche. Il senso di spaesamento è lo stesso, evidentemente, come la stessa è la scarsa capacità di informazione e di assimilazione critica delle notizie; ma se nel primo caso si cerca di dare una risposta in qualche modo organica e coerente mettendo in piedi un farlocco sistema di pensiero, nel secondo non si intende dare altra spiegazione se non quella necessaria a far capire la propria frustrazione data dalla condizione sociale ed economica precaria. Entrambi sono mossi dalla stessa insofferenza verso il bombardamento di informazioni a cui siamo quotidianamente sottoposti, ma il primo lo traduce in un pensiero che – seppur insensato ed intriso di gonza ignoranza – si arroga il diritto di estendere il concetto della libertà di parola a campi del sapere che non sono oggetto di corrente opinione, come la medicina, ma di studio e di lavoro scientifico; il secondo vuole invece solo aver la possibilità di vivere in pace, e sostituisce la narrazione Covid-scettica agli strumenti di lettura della realtà che sa di non avere. In questo sta, in estrema sintesi, la differenza fra i due: il primo ritiene la conoscenza assolutamente non necessaria; il secondo si sente orfano degli strumenti intellettuali per comprendere ciò che accade, ed abbandonato dallo Stato al tempo stesso.

Il negazionista cerca di difendersi da una realtà di cui ha paura.

Ha ragione Galimberti quando dice, su La 7, che il negazionista (inteso, ahimé, nel senso generale di cui sopra) cerca di difendersi da una realtà di cui ha paura, e la nega. Aver paura della paura e cadere preda dell’angoscia, per utilizzare l’espressione del filosofo di Monza, è forse davvero la chiave interpretativa che mette d’accordo la lettura psicologica con quella sociale: forse fa paura la pandemia, di certo fa paura la disastrosa prospettiva economica, ma molto di più fanno paura le miriadi di voci, notizie e opinioni circa la situazione complessiva, le quali creano una montagna di informazioni talmente vasta che non può essere gestita, e che fa percepire come irrisolvibili i problemi, come strutturale il difetto…

Forse il maggiore dei problemi sta nel fatto che, nel progredito Occidente, i governi abbiano demandato la gestione dell’informativa della pandemia ai telefoni, ai computer e televisioni.

Articolo redatto in collaborazione con l’associazione Aula1240. Per un approfondimento maggiore su questo tema, consigliamo:


- Il mondo sommerso della pandemia: ovvero, le conseguenze invisibili

- Modelli di lotta alla disinformazione

- CRONISTORIA DEL CORONA VIRUS ALL’ITALIANA

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