Giovani ed Italia: dov’è il problema?

Autore: #FrancescoBellucci

Le prospettive future per i più giovani

Facciamo un gioco.

Provate a chiudere per un attimo gli occhi ed a immaginarvi un paese in cui un terzo della popolazione abbia più di 65 anni.


Questo sforzo di fantasia racconta (purtroppo) del possibile futuro che attende il nostro paese da qui al 2050 (Istat 2017). Tra poco meno di trent’anni le stime parlano di un Italia sempre più anziana e sempre meno rilevante a livello economico. Secondo The Economist, il Bel Paese scenderà infatti dal 12esimo posto del 2016 al 21esimo posto del 2050 nella particolare classifica che ordina i paesi in base all’ammontare del PIL (calcolato a parità di potere d’acquisto).


Tuttavia, per capire il complesso rapporto tra i giovani ed il sistema Italia, si devono prendere in considerazione altri fenomeni attualmente in atto. Basti pensare, ad esempio, al quello secondo cui dal 2013 al 2018, secondo un articolo riportato da L’Espresso, ben 200.000 giovani laureati avrebbero lasciato il nostro paese per “cercare fortuna” in altre nazioni ritenute maggiormente capaci di valorizzare le competenze acquisite nel corso degli studi.


Un dato che conferma quanto evidenziato dalla differenza esistente tra le capacità richieste dal mondo del lavoro e le competenze fornite dal sistema educativo. Un fenomeno, lo “skill mismatch”, che secondo l’OECD contraddistingue il 38,2% dei lavori. Semplificando il concetto, secondo tali stime, in quasi quattro casi su 10 il livello educativo dei lavoratori risulterebbe superiore (oppure inferiore) rispetto a quanto effettivamente richiesto per lo svolgimento di quel determinato compito.


Ultimi ma non ultimi i dati sulla popolazione laureata ed il tasso di disoccupazione giovanile. In un paese relegato nelle retrovie per la percentuale di laureati nella fascia della popolazione compresa tra i 25 ed i 64 anni (19,6% contro il 33,2% della media europea; Istat 2019), a destare preoccupazione sono il tasso di disoccupazione giovanile (che si attesta attorno al 30%) ed il numero di giovani inattivi, i cosiddetti NEET (pari a circa 2 milioni nel 2019; Istat 2019).


Quella che ne risulta è un’immagine sicuramente poco rassicurante: sulla base dei dati disponibili, l’attenzione verso le frange più giovani della popolazione sembra essersi assopita. Il sistema Italia sembra infatti non interessato né a formare né a valorizzare i propri giovani (come dimostrato dalle bozze circolate del recovery fund, o meglio del Next Generation EU, secondo cui le risorse destinate ad i giovani sarebbero pari a poco più dell’1% del totale).


Se siete rimasti delusi dalla realtà attuale, non resta che chiedersi quali potrebbero essere le soluzioni a questi annosi problemi che coinvolgono il nostro Paese ed il suo rapporto con i giovani. Gli elementi da cui partire sono certamente la fiducia ed il rispetto, perché se è vero che “i grandi indicano la via”, è altrettanto vero, come sostenuto dal filosofo ed aforista francese Joseph Antoine René Joubert, che “I giovani hanno più bisogno di esempi che di critiche”.



Articolo in collaborazione con Valdelsa.net

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