I Big Data e il caso Cambridge Analytica

Autore: #GiuseppeLupis



Ogni giorno tutti noi contribuiamo alla generazione di dati, ora condividendo un post su Facebook, ora cercando su Google (o altro motore di ricerca) una notizia, ora acquistando su Amazon un articolo desiderato. Tutto ciò porta alla formazione di una grande mole di dati: da qui il termine Big Data.


Evidente, allora, la necessità di maneggiare l’ingente volume di dati, al fine di ottenere informazioni chiare e affidabili in merito al fenomeno indagato: nasce così la figura del Data Scientist (Obama nel 2015 nomina il primo US Chief Data Scientist) e la Data Science come frutto dell’incontro della Statistica con l’Informatica e altre discipline, tra cui l’Economia.


Un mondo straordinario e ancora in fase di sviluppo, cosicché sono tante le opportunità quanto le insidie.

Basti pensare che la normativa europea a tutela dei dati, nota come GDPR, è alquanto recente e anch’essa potrebbe richiedere un continuo aggiornamento data la dinamicità del contesto.


La manipolazione dei dati per fini non propriamente leciti, infatti, non è una banale supposizione, ma una preoccupante realtà. Non a caso, il noto evento riconosciuto come “scandalo dei dati” firmato Facebook-Cambridge Analytica, sollevato nel 2018 e risalente alle elezioni presidenziali USA del 2016, oltreché al referendum sulla Brexit.


Mentre la prima è un volto conosciuto da tutti noi, la seconda era (dichiarò bancarotta nel 2018) un’azienda di consulenza che combinava analisi dei dati e comunicazione strategica per i propri clienti (e.g. partito X).

In tal modo, era in grado di individuare una moltitudine di soggetti, mediante una opportuna profilazione (e.g. uomo, reddito basso, istruzione media, con figli, casa non di proprietà), e influenzarli attraverso messaggi volti a stimolarli psicologicamente verso l’una o l’altra scelta.

Cosa ha a che fare Facebook con tutto ciò? Il social network, più o meno consapevolmente, forniva a Cambridge Analytica i dati degli utenti, senza che questi ne fossero a conoscenza.


L’evento fu talmente risonante che Zuckerberg fu portato a testimoniare davanti al Congresso USA.


E tu, dai valore ai tuoi dati(!)?




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