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I’m watching you

Autori: #AlessandroCibecchini #VittoriaGiubbolini


Non è facile tratteggiare il fenomeno dello stalking, tanti sono i modi in cui si presenta: da famosi personaggi del mondo dello spettacolo perseguitati e talvolta assassinati, a partner che non riescono ad accettare la fine di una relazione; dall’antica mitologia greca con Apollo e Dafne, ad alcune scene di Taxi Driver.

Allo stesso tempo, però, la nostra mente ha bisogno di dare ordine a quanto accade, di provare a spiegare il mondo esterno. Lo scopo di questa breve riflessione, quindi, è quello di fornire alcuni strumenti di pensiero per andare oltre la “notizia di giornale”, senza la presunzione, però, di essere totalmente esaustivi.

L’ambito giuridico, solitamente, si occupa di valutare i fatti e, sulla base di prove documentate, stabilisce una pena equa per il reo. La psicologia guarda alla realtà da una prospettiva differente e più che in cerca di verità oggettive, va ad indagare verità soggettive, ovvero la ragione per cui quella certa persona è arrivata a commettere un determinato reato (come nella serie tv Mind Hunter, assolutamente consigliata!).


1) La nascita del reato

Il reato di “atti persecutori” (stalking), viene introdotto nel nostro ordinamento solo nel recente 2009, volto a tutelare ogni persona dalle intrusioni moleste e assillanti di ogni altro individuo. L’etimologia del termine inglese “to stalk” la ritroviamo nel linguaggio della caccia, il cui significato è quello di inseguire, braccare, assillare. Il legislatore, spinto da una forte richiesta popolare, ha cercato di dare una risposta sanzionatoria appropriata alle condotte che fino al 2009 venivano inquadrate in altri meno gravi delitti, spesso inidonei a garantire una tutela adeguata alle vittime, che si ritrovavano in balia dei loro aguzzini ancora una volta, senza che essi avessero trascorso un tempo adeguato in carcere o fossero stati bloccati dal commettere ulteriori reati.


Leggi anche: - percezione di sicurezza: analisi dei principali reati

2) Cosa è lo stalking?

La condotta consiste in un insieme di comportamenti ripetuti, a carattere minaccioso o violento, che una persona compie ai danni di un’altra, oggetto di una attenzione ossessivamente imposta e, perciò, produttiva di serio disagio e preoccupazione.

I comportamenti riscontrati nella realtà possono essere tra i più disparati: pedinamenti, telefonate indesiderate, decine o centinaia di messaggi al giorno, minacce, ingiurie; nei casi più gravi violenze e danneggiamenti. Sono, oltretutto, state delineate varie categorie di stalking, che possono ben configurarsi con i nuovi mezzi della tecnologia: lo stalking telefonico, il “WhatsApp stalking”, lo stalking sul lavoro, o il particolare (strano ma vero) caso dello stalking mediante drone!

La reiterazione delle condotte, tuttavia, non è sufficiente da sola all’integrazione del reato; occorrendo che le medesime siano idonee a cagionare almeno uno dei tre eventi alternativamente previsti dalla norma:

· Stato di ansia e paura della vittima. L’ansia e la paura sono caratteri difficilmente definibili in ambito penalistico, per questo la rilevanza penale deve basarsi su “sintomi” presenti nella scienza medico-psicologica.

· Un fondato timore per la propria incolumità o per una persona legata alla vittima da un rapporto affettivo.

· La costrizione ad alterare le proprie condizioni di vita. La vittima dovrebbe trovarsi in uno stato mentale tale da rendergli difficile il proprio stile di vita attuale; quindi pronta a cambiarlo pur di scappare via dal suo “inseguitore”.

La vera particolarità risiede in alcuni tipi di minacce volte non tanto a colpire la vittima in senso fisico, quanto nel suo stato d’animo: ad esempio, la minaccia di suicidarsi da parte dello stalker, in un atteggiamento manipolatorio che cerca di far leva sul senso di colpa della vittima.


3) Lo sguardo dello stalker.

Utilizzando la parola “narcisista” tendenzialmente vengono in mente le classiche immagini del ‘bello’, tanto pieno quanto sicuro di sé, qualcuno che basta a sé stesso. Sarà interessante sapere che un narcisista non è ciò che convenzionalmente ci aspettiamo: la sua struttura di personalità infatti ruota intorno ad un talmente fragile da aver costantemente bisogno di conferme dall’esterno per mantenere un’immagine positiva. Al suo interno ha un profondo vuoto, accompagnato da un forte sentimento di vergogna per la paura che l’altro lo scopra nella sua fragilità. Cercherà di instaurare relazioni simbiotiche in cui fondere il suo io con quello dell’Altro (Io fusionale), in cui negare e soffocare la diversità di cui l’Altro è portatore. Il vero dramma del narcisista, infatti, è il blocco della capacità di amare, in quanto tu sei solo in funzione di me (oggetto-sé), mi servi per creare una finta immagine di me stesso (falso-sé), che non mi faccia guardare a quello che sono. Perché questo gioco funzioni, il narcisista tenderà a idealizzare le persone che incontrerà, così che specchiandovisi, possa avere indietro un’immagine ideale anche di sé stesso. Ma cosa accadrà ad un certo punto? Accadrà che, prima o poi, l’Altro, essendo dotato di una propria individualità, uscirà da quell’idea perfetta che il narcisista gli aveva proiettato addosso e finirà per mettere in crisi il falso-sé che si era creato.

È come se, guardandosi allo specchio, non avesse più indietro un’immagine perfetta e fosse costretto a guardare alla propria fragilità, sperimentando una frustrazione che non sa tollerare. La soluzione appare ovvia: dovrà denigrare l’Altro, distruggerlo, perché è un rimando costante della propria imperfezione.

Ahimè, questo meccanismo è proprio quello che spesso sta alla base dello stalking e di quelle ormai, troppo frequenti, relazioni intime caratterizzate dalla violenza. Nello stalking, ciò che sappiamo è che lo stalker ha tratti di personalità fortemente narcisisti per cui la vittima sarebbe l’oggetto del desiderio che, nel momento in cui rifiuta, attacca l’identità del carnefice, il quale cerca di conseguenza di denigrarla per ripristinare l’idea che ha di sé stesso.

Un altro aspetto interessante è quello che riguarda la relazione di attaccamento. Brevemente, l’attaccamento si riferisce al tipo di relazione che si è instaurata nei primi anni di vita con le figure primarie, solitamente i genitori ed in particolare la madre. Infatti, i care-giver (coloro che si prendono cura di), come ben sottolinea il termine inglese, svolgono la funzione di prendersi cura del bambino piccolo in tutto ciò che ne comporta: si tratta di dare nutrimento, ma anche di fornire contenimento emotivo, sicurezza e protezione di fronte alle prime piccole esperienze di paura e frustrazione. Un attaccamento sicuro permette al bambino di sperimentarsi e sperimentare il mondo, certo di avere una base sicura a cui tornare nel momento del bisogno.

Contrariamente, lo stalker sembra caratterizzarsi frequentemente per un attaccamento insicuro: il concetto è l’incapacità di tollerare la perdita e l’assenza, che porta a uno stato ansioso-ambivalente. Chi presenta un attaccamento di questo tipo si caratterizza per ansia nelle relazioni e tende a mettere in atto comportamenti associati a invidia e rabbia, fino ad arrivare a comportamenti molesti e persecutori.

4) Conclusioni

Come sempre accade in psicologia, è riduttivo pensare in modo lineare per cui A causa sempre B, perché nella vita intervengono e interverranno tanti fattori che potranno rompere questa fragile relazione: è vero che un narcisista non sa amare, è vero che relazioni primarie difficoltose potranno farci fare fatica, ma niente è più vero del fatto che sempre nella vita avremo la possibilità di rimetterci in discussione. Per farlo abbiamo bisogno di sperimentare relazioni correttive, che siano in grado di farci riscoprire fiducia e speranza nei legami, ma ciò passa prima di tutto attraverso la capacità di riconoscere l’Altro nella sua diversità e fragilità, perché è quando ci sentiamo amati in quel che di noi rifiutiamo, che possiamo rimarginare le nostre ferite passate.


Ti è mai capitato di ritrovarti in situazioni di questo tipo?


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