IL GRANDE INGANNO: LA CRISI DEI MUTUI SUBPRIME (PARTE 2)


La grande scommessa (The Big Short) è un film del 2015 diretto da Adam McKay

Autore: #EdoardoLonghi


29 Giugno 2006: mentre la maggior parte degli Americani inizia a muoversi per godersi le vacanze estive sulle coste californiane, a Washinton D.C. il nuovo presidente della Federal Reserve è pronto a fare un importante annuncio. Il presidente, incaricato da febbraio dello stesso anno, è Ben Bernanke 53enne repubblicano laureato al MIT, incaricato del compito dal presidente Bush, e prende il posto di Alan Greenspan, l’uomo che aveva combattuto la crisi di inizio millennio. Il cambio di passo si notò sin da subito: dai primi mesi del 2006 Ben annunciò sia di voler introdurre una politica più restrittiva e sia di alzare i tassi, e infine quel 29 giugno arrivò il suo annuncio ufficiale: la FED alzò il tasso di sconto al 6.25%. Questo fu l’ultima di una serie di alzate che portarono il tasso dal 2% di Maggio 2004 all’attuale valore del 6,25%. A Wall Street pochi, capirono le conseguenze di quel gesto, ma in molti presto lo avrebbero notato: i mutui subprime.


I MUTUI A TASSO VARIABILE ARM


Nel precedente articolo abbiamo spiegato, in linea generica, come funzionava l’erogazione di un mutuo subprime generalmente legato a un immobile. Ci siamo però concentrati poco sul tipo di mutuo che veniva erogato: un mutuo a tasso variabile. Il mutuo viene definito a tasso variabile nel caso in cui al momento della stipula del contratto non venga deciso un tasso fisso per tutta la durata del contratto ma venga scelto un indice finanziario di riferimento a cui collegare il tasso e il meccanismo di collegamento. In questo modo il tasso di interesse applicato su ogni rata del mutuo sarà una generica funzione dell’indice finanziario di riferimento: se questo indice sale, sale anche il tasso di interesse del mio mutuo e viceversa. Un mutuo a tasso variabile può risultare estremamente vantaggioso (soprattutto nel periodo iniziale) così come estremamente svantaggioso rispetto a uno a tasso fisso, ed è principalmente indicato per i clienti che sono propensi al rischio.


I mutui subprime, per evitare importi iniziali troppo alti sulle rate, utilizzavano un sistema di aggiustamento definito “adjustable-rate mortages” (ARM) che prevedeva un tasso iniziale molto basso per i primi 1-3 anni ma con possibili aggiustamenti annui del 2% o più. Quindi per esempio un mutuo da 500.000$ al 4% per 30 anni poteva tranquillamente diventare, dopo soli 3 anni, un muto al 10% con un aumento della rata mensile da 2.400$ a più di 4.200$: quasi il doppio. Spiegato tutto ciò, in America quale era l’indice principale a cui erano collegati la maggior parte dei mutui a tasso variabile sub-prime? Il tasso di sconto della Federal Reserve. Quando i primi mutui vennero concessi e la bolla immobiliare iniziò a crescere, il tasso di sconto e di conseguenza anche il tasso dei mutui era a livelli bassissimi, non generando alcun problema di rimborso delle rate trimestrali. Ma quando il tasso di sconto era salito al livello di inizio anni 2000, i tassi dei mutui subprime erano diventati troppo alti per essere sostenibili.


La conseguenza di tutto questo fu un tragico effetto domino: i mutuatari sub-prime iniziarono a diventare insolventi in massa, generando a sua volta un aumento in massa del volume di case pignorate e messe all’asta che fece, infine, drasticamente crollare il valore del mercato immobiliare, e di conseguenza, il valore degli stessi mutui insolventi.


885.000 avvisi di pignoramento su 847.000 immobili e alla fine del 2006 era salito a 1,25 milioni di avvisi

IL CROLLO DEI MUTUI SUBPRIME


Alla fine del 2005 erano stati depositati nei tribunali circa 885.000 avvisi di pignoramento su 847.000 immobili, mentre addirittura alla fine del 2006 questo valore era salito a 1,25 milioni di avvisi e più di un milione di immobili all’asta. Ma solo questi dati non bastano per capire l’entità del disastro che si stava verificando, all’insaputa di tutti, nel sistema finanziario americano. Il mercato dei subprime era stimato, nel marzo 2007, a 1.3 trilioni di dollari, un valore immenso la cui maggior parte era emessa in California. Nel terzo trimestre del 2007, i subprime ARM, che rappresentavano solo il 6,9% dei mutui statunitensi in essere, rappresentavano anche il 43% dei pignoramenti iniziati durante quel trimestre. Nell'ottobre 2007, circa il 16% dei mutui subprime a tasso variabile (ARM) erano inadempienti di 90 giorni o il prestatore aveva avviato una procedura di preclusione, circa il triplo del tasso del 2005. Nel gennaio 2008, il tasso di insolvenza era salito al 21% e nel maggio 2008 era arrivato al 25% .


Durante il 2007, gli istituti di credito avevano avviato procedure di pignoramento su quasi 1,3 milioni di proprietà, con un aumento del 79% rispetto al 2006, mentre nel 2008 era arrivato a 2,3 milioni di proprietà con un aumento, invece, dell'81% rispetto all’anno precedente.

Ma non dobbiamo guardare solo le semplici appendici statistico-numeriche del disastro; dietro ad ogni singolo pignoramento e ad ogni singolo mutuo insolvente non c’erano solo ballerine di lap-dance che speculavano sulla bolla immobiliare, come nella Miami del film “La grande Scommessa. Spesso c’erano famiglie o coppie, che da un giorno all’altro si ritrovarono senza più una casa a causa di un mercato drogato e fatto apposta per crollare.


IL CROLLO DEL MERCATO


Se crolla il valore dei mutui subprime, cosa succede ai titoli strutturati quali MBS o CDO? La risposta è nella regola contabile che domina il sistema bancario internazionale e americano, la regola del “mark to market”. La suddetta regola prevede che il valore dei titoli che una banca ha in portafoglio debba essere valutato al valore attuale di mercato. In maniera molto banale e semplice, se cala il valore di uno strumento finanziario, chi lo possiede subisce una perdita in bilancio pari al crollo di questo valore. Dunque, se crolla il valore dei CDO e degli MBS, crollano anche le risorse delle banche.

Quello che successe nei due anni successivi che vanno da fine 2006 al settembre 2008 è mera cronaca di un disastro annunciato, poiché i subprime nel 2006 rappresentavano ben il 75% della quota di tutti i mutui cartolarizzati negli MBS. Il crollo del valore dei mutui, e quindi degli MBS colpì immediatamente le società veicolo create negli anni passati, che generavano questi strumenti. Infatti, per far fronte alle richieste degli investitori che chiedevano il rimborso di questi titoli o garanzie aggiuntive, esse aumentarono notevolmente il volume delle vendite di MBS, abbassandone ulteriormente i prezzi. A questo punto anche le società di rating non poterono più non far finta di nulla e furono costrette a declassare i CDO e gli strumenti correlati: tra l'autunno del 2007 e la metà del 2008, le agenzie declassarono quasi 2 trilioni di dollari in tranche MBS mentre entro la fine del 2008, l'80% dei CDO classificati in passato come AAA furono declassati a spazzatura.


IL RUOLO DEI CDS NELLA CRISI


I Credit Default Swap sono strumenti finanziari collegati alle banche e al rischio di credito. Si tratta di un accordo tra un acquirente (protection buyer) e un venditore (protection seller), attraverso il quale il venditore si impegna, a fronte di un premio periodico pagato dall’acquirente, a effettuare un determinato pagamento (un rimborso) nel caso in cui si verificasse uno tra questi due specifici eventi (credit event): il default del debitore terzo oppure, molto più raro, la riduzione del rating del debitore terzo.

In poche parole, si tratta di un assicurazione contro il rischio che il mio debitore possa essere insolvente, e viene venduta da istituti bancari e finanziari (il più importante dei quali era AIG, un assicurazione). I CDS vennero originariamente messi sul mercato negli anni ’90, con la sola funzione di protezione dal rischio di credito, ma divennero cruciali per il loro ruolo nella crisi subprime. In che modo? Beh normalmente la banca A, ad esempio, comprava un CDS da AIG per coprirsi dal rischio che il CDO appena comprato da Lehman non le venisse rimborsato. Ma cosa succede se la banca A compra questo CDS anche se in realtà non ha mai comprato nessun CDO di Lehman? Semplicemente gioca d’azzardo, puntando sul fallimento di una concorrente, o più tecnicamente specula sul fallimento di Lehman.


Nella crisi del 2007-2008, i CDS smisero di essere una semplice assicurazione ma divennero scommesse che le banche facevano una contro l’altra e che ha portato, al momento del crollo del castello di carta, ad un effetto a catena. Il volume di soldi dei CDS nel 2008 era di 47 trilioni di dollari, il solo fallimento della Lehman Brother aveva avuto un costo in CDS di 600 miliardi di dollari che ha portato la più grande compagnia assicurativa americana, la AIG (dopo la richiesta del pagamento di 440 miliardi sui CDS da lei emessi) a chiedere l’intervento statale per evitare il fallimento. Come ogni buona idea, anche i CDS creati originariamente per dare sicurezza al mercato e alla banche, si sono trasformati in strumenti fallimentari che hanno decuplicato l’effetto di una crisi annunciata.



Il crollo del mercato scuote il mondo


IL CROLLO DELLE GRANDI BANCHE


La crisi iniziò a colpire il sistema finanziario nel febbraio 2007 quando HSBC, una delle più grandi banche mondiali, svalutò i suoi titoli cartolarizzati (CDO, MBS, ABS) di 10,5 miliardi. Nell'aprile 2007, oltre 50 società di mutui avevano dichiarato fallimento, molte delle quali si erano specializzate in mutui subprime, tra cui la New Century Financial (una delle più grandi società di mutui). Il 9 agosto, BNP Paribas annunciò di aver interrotto tutte i suoi finanziamenti ai suoi fondi che si occupavano di investimento in CDO.


Nel 2008 la crisi colpì definitivamente tutte 4 le grandi banche Americane: il 1° aprile, con la collaborazione del governo americano, Bear Sterns fu acquistata da JP Morgan Chase. Pochi giorni prima del 18 settembre, Merrill Lynch fu acquistata da Bank of America, mentre sia Morgan Stanley che Goldman Sachs, il 22 settembre 2008 annunciarono il loro cambiamento da banche d’affari a semplici banche commerciali sotto il controllo e il finanziamento della Federal Reserve. A novembre anche l’ultima grande banca, Citigroup, venne salvata dal governo americano con un prestito di oltre 300 miliardi. Nel complesso le banche Americane avevano perso più di 150 miliardi di dollari e la crisi aveva colpito anche Inghilterra, Francia, Germania e tutte le più grandi piazze finanziare al mondo. In Italia invece, a causa della peculiarità del sistema bancario nazionale incentrato sulle medio-piccole banche commerciali sparse per tutto il territorio e per la bassa esposizione internazionale, l’ammontare degli investimenti in strumenti derivati fu molto bassa (poco meno del 2% dell’attivo dei principali gruppi bancari a fine 2008) e di conseguenza anche glie effetti della crisi stessa.


Fu l’inizio della fine: la crisi subprime, così come il crollo del ’29, 80 anni prima, segnò l’inizio della grande recessione e portò a catena nel giro di 3 anni all’altra grande crisi, questa volta tutta Italiana ed Europea, la crisi del debito sovrano. Questa è la storia di come l’avidità e la follia della finanza moderna abbiano portato un classico piccolo problema dell’economia come una bolla immobiliare in California, ad avere gli stessi effetti di milioni di carrarmati durante la Seconda guerra mondiale.


Di chi è la colpa? Della FED che ha dato troppa liquidità alle banche? Del governo che non ha controllato in alcun modo tutto quello che stava accadendo? Delle banche che si sono volutamente comportate da truffatrici? Oppure semplicemente la colpa è della stupidità umana che non si è accorta della mostruosità che aveva creato?


La risposta non la sappiamo e probabilmente non la avremo mai, ma vorrei chiudere l’articolo con una frase, pronunciata proprio nel La Grande Scommessa” da Mark Baum:


Ho la sensazione che tra qualche anno la gente dirà quello che dice sempre quando l'economia crolla. Daranno la colpa agli immigrati e alla povera gente”




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