Il mercato fa male all’ambiente? Il caso Danone



Marzo 2021: nel giro di 15 giorni il consiglio di amministrazione (CDA) di Danone, multinazionale del settore alimentare, pone fine alle funzioni di Emmanuel Faber, Chief Executive Officer (CEO) e presidente del gruppo. Cosa è successo?


Uno degli interrogativi che da sempre si pongono gli studiosi di Corporate Governance riguarda la finalità o meglio, le finalità di cui ogni grande gruppo imprenditoriale dovrebbe idealmente tenere conto nel corso della propria vita operativa. Puntare alla mera massimizzazione dei profitti o considerare anche l’etica, l’ambiente e tutto ciò che rientra nella cosiddetta Corporate Social Responsibility? Il caso Danone è emblematico sotto questo punto di vista.


Nel 2020, Faber era riuscito a cambiare il modello di business di Danone trasformandola in società benefit. Con l’approvazione dell’assemblea, veniva affiancata allo scopo di lucro l’intenzione di creare impatto positivo sulla società, con particolare riguardo alle tematiche ambientali. Danone aveva cominciato a spendere milioni di euro per l’impegno “green” assunto, ma il tentativo di bilanciamento tra interesse delle parti coinvolte e tematiche sociali ha avuto risvolti negativi. La governance del gruppo, infatti, è stata bersaglio di una serie di pressioni da parte di alcuni rilevanti fondi di investimento azionisti della società, che hanno progressivamente convinto il CDA a destituire definitivamente Faber con semplici motivazioni: scarsi utili realizzati e performance negative del titolo. L’ex amministratore è stato in pratica accusato di aver fallito nel bilanciamento tra prospettive reddituali e sostenibilità. Insomma, da questa vicenda sembra scaturire una triste verità: il ruolo delle società rispetto alle tematiche ambientali e sociali è importante fino a quando non vengono distratti i guadagni.


Sconfitta del capitalismo sostenibile o transizione verso un modello più efficace?



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