Quando la poesia muove l'arte: la Commedia secondo Venturino

Oggi non crediamo quasi più a nulla di ciò che scriveva Dante, secoli fa, nella sua Commedia: tutti sappiamo, per esempio, che nel mezzo dell’Oceano Atlantico non si erge una montagna “bruna per la distanza”. Il naturale nostro allontanarsi dal tempo di Dante modifica il patto di credibilità tra autore e lettore contemporaneo.

Ciononostante, a partire dal 1865, in concomitanza dei natali del poeta e della promozione di Firenze a capitale d’Italia, il dantismo è divenuto una sorta di dovere patriottico e un imperativo morale.


In realtà, questo riavvicinamento del Sommo Poeta al nostro presente è possibile in virtù di una mai perduta contemporaneità della sua opera; infatti, diversamente da opere come quelle di Omero o di Virgilio (percepite come lontane perché adombrate dal velo del mito), la Commedia si inserisce nel suo tempo con straordinaria aderenza: una fedeltà alla realtà che le tributa un carattere unico e comprensibile.


Paradossalmente, è proprio la verità del racconto, legato esistenzialmente al suo tempo, che nella Commedia rende tutto contemporaneo e valido universalmente. Diviene cioè la narrazione di una vita che è, certo, quella di Dante ma potrebbe essere quella di qualsiasi altro uomo.


L'Ugolino di Venturino Venturi, 1984
Venturino Venturi, Ugolino, olio su carta. Credit foto: La Divina Commedia di Venturino Venturi, a cura di L. Fiaschi, Edizioni Polistampa, Firenze, 2016

Non stupirà allora il ruolo che ebbe Dante per un giovane Venturino Venturi che, nella sua fanciullezza tra Francia e Lussemburgo, fu educato da due libri: la Commedia e Le avventure di Pinocchio.

Il padre, anarchico e socialista, lasciata l’Italia nel 1921, considerò questi testi gli unici strumenti necessari per insegnare ai figli ad amare il Paese dal quale erano fuggiti. Ma questi svolsero un compito ulteriore poiché fu grazie a queste letture che Venturino imparò l’italiano, segnando intimamente il suo legame con le origini, italiane e toscane.


Tale fu l’unione che instaurò con l’opera dantesca che, ricorda Mario Luzi, quando nel 1984, in piena maturità artistica, si accinse ad accompagnare con le sue tavole le terzine della Commedia (selezionate dallo stesso Luzi), ne effettuò:

“una lettura, certo, ma come a distanza e senza tenere il libro in mano perché quel libro che pure ad accostarlo brucia nelle sue potenti e rarefatte immagini Venturino tende a restituirlo alla vicenda umana e cosmica che lo ha espresso dal suo seno[1].

Le sue tavole ad olio, raccolte nell'Edizione Pananti "Con gli uomini e con gli angeli. Venturino Venturi sulla traccia di Dante", partono dal racconto dantesco ma superano lo sterile ruolo illustrativo per configurare esiti nuovi, individuali e universali al tempo stesso. Parte con Dante, Venturino, ma percorre da solo il cammino dell’arte che avvicina l’uomo all’Assoluto.

Così, come Dante è attuale, mai evocativo e sempre in atto, così ha imparato ad esserlo Venturino che, in qualità d’artista, è mosso da un’attitudine a creare qualcosa che prima non c’era, ad a accrescere l’esistente: arte e poesia sono generate dalla stessa necessità di “fare”, “creare” – poiein, appunto.

Qui, nella sollecitazione che l’opera dantesca costituisce per quella venturiana, si condensa il principio stesso della creazione: l’arte che dilata e moltiplica all’infinito le possibilità di espansione linguistica della creazione.


Quella che lume fia (Beatrice) di Venturino Venturi, 1984
Venturino Venturi, Quella che lume fia, olio su carta. Credit foto: La Divina Commedia di Venturino Venturi, a cura di L. Fiaschi, Edizioni Polistampa, Firenze, 2016

La Commedia di Venturino ricostruisce per immagini il racconto di Dante aprendo a momenti più personalmente immaginativi, spirituali, interiori – fino a rappresentare se stesso e la sorella Beppina tra le schiere celesti.


Le immagini dell’Inferno presentano una predominanza di rosso e nero, secondo una condivisa visione del mondo dei dannati. A ciò si lega un’ostentata dimensione corporea e carnale: è così nei corpi intrecciati di Paolo e Francesca, nella forte espressività di Briareo o nell’espressionismo dell’Ugolino in cui la rapidità del tratto, l’accostamento dei colori e la definizione formale dei volti restituisce la drammaticità della vicenda.


Nel Purgatorio si comincia progressivamente a avvertire una maggiore leggerezza, con l’introduzione dell’azzurro e di un senso ascensionale. Basti considerare il ritratto di Quella che lume fia (Beatrice) la cui resa sintetica ne trasmette con immediatezza l’eterea e luminosa bellezza.


Il Paradiso, infine, è costellato da numerosissimi volti: occhi grandissimi, consci e innocenti, che tutto hanno visto e vedranno; sono i Santi, Gesù, Maria che Venturino raffigura in una semplicità straordinaria in grado però di esprimere la profondità e la complessità della fede.

Quella del Paradiso è una sfida di cui l’artista ammette la difficoltà: si tratta cioè di testare le possibilità il mezzo pittorico per valutare fino a che punto riesca ad esprimere l’inesprimibile, il linguaggio della luce, della beata perfezione, dell’eterno.


Venturino ha saputo portare a termine questo durissimo corpo a corpo con le potenzialità poetiche di Dante grazie ad immagini fatte di assenze di volumi, tracce, aggregazioni, rarefazioni di segno, nelle quali si manifesta il principio di tutto: la forma e la vita.


L'eterna luce, Venturino Venturi, 1984
Venturino Venturi, L'eterna luce, olio su carta. Credit foto: indiscreto.org

Rifletteva Mario Luzi:

C’è una vasta corrente del pensiero contemporaneo che considera la creazione non finita, sia che l’universo debba per il suo stesso principio espandersi sia che l’uomo debba per il suo stesso destino continuarla e perfezionarla. Sono idee a cui si pensa davanti alla libertà e al respiro creativo di Venturino”[2].


[1] M. Luzi in L. Fiaschi (a cura di), La Divina Commedia di Venturino Venturi, Edizioni Polistampa, Firenze, 2016 [2] Ibid.

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