La questione libica: facciamo il punto

Autore: #DanieleTrizio


Nel 2011 si è conclusa l’era di Muʿammar Gheddafi, dopo 42 anni di regno. La caduta del dittatore libico, ucciso negli scontri dopo essersi asserragliato nella città di Sirte, ha cause complesse. Queste possono essere ricondotte all’isolamento internazionale in cui il leader si relegò e all’incremento delle violenze da parte dei ribelli e dei gruppi militari autonomi, scoppiate a causa delle numerose repressioni violente di cui si erano resi partecipi i corpi di polizia governativi. Il periodo tra l’inizio delle sollevazioni popolari nel paese, a febbraio, e la morte di Gheddafi, a ottobre, è coinciso con la prima guerra civile libica.

Durante la guerra civile, le numerose e distinte milizie ribelli si sono riunite nel Consiglio Nazionale di Transizione. Questo organo, internazionalmente riconosciuto, guidò la rivolta contro Gheddafi durante il conflitto. A causa della loro eterogeneità e dei molteplici conflitti che nacquero tra di loro, non vi fu però una singola e precisa fazione maggioritaria in grado di colmare il vuoto di potere venutosi a creare alla caduta del dittatore libico.




La situazione di stasi perdurò sino al 2012, tra violenze e scontri generalizzati. In quell'anno si tennero le prime elezioni in epoca moderna, caratterizzate dal re-inserimento dei partiti, banditi dall’ex generale Gheddafi (le precedenti risalgono al 1952). L’obiettivo delle votazioni era quello di superare il Consiglio Nazionale di Transizione, eleggere il Congresso Generale Nazionale e iniziare i lavori per dotare la Libia di una Costituzione riconosciuta a livello internazionaleche potesse assicurare stabilità e pace al paese. Trascorsi 18 mesi, il Congresso tentò con la forza di mantenere il controllo del potere legislativo oltre i termini di mandato per redigere la costituzione. Il Generale Khalifa Haftar, tornato dagli USA per sostenere e guidare le milizie che combattevano contro Gheddafi, in una diretta televisiva dichiarò unilateralmente il CGN sciolto e lo forzò a indire nuove elezioni, minacciando altrimenti l’intervento militare.

Nel giugno 2014 si svolsero le elezioni per sostituire il CGN con la nuova assemblea legislativa: la Camera dei Rappresentanti situata non più a Tripoli bensì a Bengasi, nella regione della Cirenaica all’interno dell’area di influenza del Generale Haftar.

Quest’ultimo avviò anche una serie di offensive militari nei confronti di ex membri del Congresso Generale Nazionale a Tripoli che si dimostrarono riluttanti all’idea di essere sostituiti dalla nuova assemblea e non intendevano sottostare ad Haftar (anche a causa della corrente maggioritaria islamica presente all’interno del CGN e mal vista dal Generale).

Nel Novembre del 2014 una sentenza spartiacque da parte della Corte Suprema libica, con sede a Tripoli, sancì l’incostituzionalità (e quindi l’illegittimità) della Camera Dei Rappresentanti. I motivi non sono stati ben definiti ma si è ipotizzato sia stata dovuta al cambio di sede apportato al Parlamento. Ovviamente la camera incriminata etichettò il voto come meramente politico e non lo riconobbe valido.



È in questo scenario che la comunità internazionale avvia i negoziati per portare davanti ad un tavolo negoziale i due Parlamenti e tentare di incanalare la crisi verso una risoluzione.

Dopo mesi di lavoro è stato proposto come Primo Ministro del nuovo Governo il nome di Fayez al-Sarraj che dovrà comunque essere nominato sia dal Parlamento di Tripoli che da quello di Bengasi (al momento dei fatti trasferitosi a Tobruk, al confine con l’Egitto).

L’accordo (chiamato LPA, Libyan Political Agreement) raggiunto dai rappresentanti dei due Parlamenti rivali sotto l’egida dell’ONU fu definito come l’evento storico che avrebbe rappresentato un punto di svolta dopo le numerose pagine di storia del conflitto libico. Nonostante i festeggiamenti che ne conseguirono, l’intesa si dimostrò zoppa sotto molti punti di vista, a causa dei profondi contrasti tra i due Parlamenti.

Con la formazione del nuovo gabinetto da parte del Primo Ministro al-Sarraj, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) avrebbe esercitato il potere esecutivo mentre quello legislativo sarebbe dovuto essere affidato alla Camera dei Rappresentanti. Il nuovo assetto, riconosciuto dalla comunità internazionale, non tardò però a mostrare le debolezze insite nell’accordo siglato solo qualche mese prima: il Governo necessitava dell’approvazione da parte della Camera dei Rappresentanti. Dopo un susseguirsi di veti incrociati da parte di entrambi gli schieramenti nel marzo 2016 al-Sarraj chiese ufficialmente alla comunità internazionale di non riconoscere più la Camera dei Rappresentanti. A complicare la situazione si aggiunse anche una volontà generalizzata, da parte del CGN e della CdR, di non rispettare il LPA nel formare un nuovo governo di unità nazionale.

Successivamente a questi fatti la situazione e lo stato di diritto, già precari nel paese, precipitarono: prima a causa del rafforzarsi dell’ISIS nei pressi della città di Sirte, città costiera a metà strada tra Tripoli e Bengasi, e successivamente a causa della crisi petrolifera concomitante con l’intenzione di Haftar e al-Sarraj di espandere le proprie aree di influenza con l’uso della forza.

Il ricorso generalizzato alle armi portò ad un incremento dell’ingerenza nel paese di potenze straniere attraverso il rifornimento di armi e materiale di supporto, in primis di Turchia e Russia.

I rispettivi capi di governo, Recep Tayyip Erdoğan e Vladimir Putin, hanno importanti obiettivi strategici in Libia: i russi intendono rafforzare la propria zona di influenza nella Cirenaica (la regione più orientale) mentre i turchi hanno interessi nella Tripolitania (la regione costiera). Questa loro libertà di azione che ne sta derivando può essere ricondotta all’incapacità di Italia, Francia ed Unione Europea di assicurare una forte e coesa presenza nel paese. Alla debolezza europea contribuiscono soprattutto gli opposti interessi di Italia e Francia: la prima, insieme alla maggior parte della comunità internazionale ha da sempre sostenuto al-Sarraj mentre la seconda si è sempre dimostrata essere dalla parte di Haftar.




Gli interessi turchi e russi nel paese sono molteplici: si parla comunque del secondo paese per produzione di petrolio in Africa ed il primo per giacimenti.

Non bisogna però fermarsi alla semplice mono-causa petrolifera in quanto è importante sottolineare anche quanto il Mediterraneo stia diventando strategicamente importante e una forte presenza militare in Libia assicurerebbe una zona di influenza di primo piano. La Libia rappresenta inoltre tra le principali rotte migratorie verso l’Unione Europea, seconda solo a quella che sta mettendo in ginocchio la tenuta dei centri di accoglienza greci lungo la rotta tra Tracia ed il Mar Egeo. Un controllo turco su entrambi gli accessi all’UE rappresenterebbe un’importante occasione per Erdoğan di rafforzare il potere negoziale con l’UE (si ricordi l’accordo del 2016 per la riduzione dei flussi migratori grazie al quale l’UE finanziò la Turchia per prendersi carico dei rifugiati diretti in Europa, circa 850.000 in transito solo nel 2015 su questa rotta) ponendosi come potenziale fattore destabilizzante della collaborazione europea in tema di immigrazione.

È notizia di due settimane fa che Haftar, nonostante controllasse la maggior parte del territorio del paese, abbia sofferto una grave crisi interna dovuta alle proteste della popolazione in seguito a interi mesi trascorsi in condizioni di vita critiche e, in conseguenza di ciò, si sia dimesso. Al-Sarraj d’altro canto ha fatto sapere che intende lasciare l’incarico di Primo Ministro entro il mese di ottobre.

Questi fatti sembrano condurre verso un ripresentarsi della crisi siriana, con interessi di poteri internazionali che approfittano di istituzioni deboli e vuoti di potere per interessi nazionali.


Stavolta però ci troviamo esattamente alle porte del mondo occidentale. Basterà questo per assicurare una presa di coscienza da parte dell’Unione Europea?



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