La beffa di Savio e la nascita della resistenza nella Bassa Romagna

L’11 settembre 1943, nel Grand-Hotel di Cervia - ormai abbandonato anche dall’ultimo turista di quell’estate tumultuosa- si tenne la più importante riunione che la Riviera Adriatica abbia mai visto: la riunione fondativa del movimento di Resistenza in Romagna


Immagini del movimento di Resistenza in Romagna dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943
Immagini del movimento di Resistenza in Romagna dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943

L’ARMISTIZIO A RAVENNA


Erano passati solo 3 giorni da quel tragico 8 settembre e tutta la provincia di Ravenna viveva nella anarchia più totale. In quei giorni infatti, da un lato le truppe regie Italiane, prive di ogni comando, si stavano disperdendo per le campagne come pecore sbrancate e dall’altro le truppe tedesche arrivavano a migliaia da Nord per occupare tutta la zona. Nel frattempo, i Partiti antifascisti, usciti dalla illegalità da soli, da due mesi stavano organizzando sia la rivolta armata sia il rifornimento di viveri al popolo ormai lasciato alla deriva. Fu in questo clima di attesa alla lotta che si svolse la riunione del Grand-Hotel.


I partecipanti erano i dirigenti provinciali del Partito Comunista, l’unico con la capacità operativa e militare per organizzare la resistenza militare, tra cui Arrigo Boldrini detto “Bulow”, Mario Gordini, Ennio Cervellati detto “Silvio”, Riccardo Fedel detto “Libero”, Giovanni Fusconi detto “Isola”, Gino Gatta detto “Zalet” e Agide Samaritani detto “Sergio”. Tutti personaggi che scriveranno la storia della Resistenza e della nuova Repubblica. Il tema della riunione era di fondamentale importanza: dove e come si dovevano aprire le ostilità contro i nemici del paese? Alcuni ritenevano che l’attività militare vera e propria dovesse svolgersi sul terreno classico della guerriglia, la montagna, abbandonando la Bassa Romagna. Altri, tra cui il leader “Bulow”, sostenevano invece che la guerriglia si sarebbe dovuta svolgere ovunque, in pianura come in montagna, con una larga mobilitazione popolare capace di mantenere in uno stato permanente di tensione psicologica il nemico. Alla fine, prevalse la seconda teoria quella della “pianurizzazione” della lotta partigiana e i comunisti lanciarono la parola d’ordine: armare il partito e il popolo. Ora però bisognava trovare le armi.


IL PROBLEMA DELLE ARMI E LA BEFFA


Dall’otto settembre il problema del rifornimento di armamenti alla neonata resistenza era il grande cruccio del PCI. I rifornimenti da parte degli alleati erano impossibili, poiché il fronte era lontano e fermo all’altezza di Napoli sulla famosa linea Gustav, quindi l’unica fonte di armi erano i depositi nemici. Prima della riunione fondativa era stato fatto solo qualche piccolo furto alle caserme dei carabinieri, ma ora i partigiani avevano deciso di combattere e quindi era necessario un grandioso colpo di mano contro i nazifascisti. Fu così che la notte successiva, un piccolo gruppo disarmato al comando di Bulow attuò la prima azione partigiana del Ravennate: la cosiddetta “beffa di Savio”. La beffa, oltre ad arricchire le scorte di armi, portò una nota di buon umore nella tetraggine dello sfacelo. La storia è la seguente: a sud di Ravenna, poco discosto dalla pineta dei lidi, c’era un nucleo dell’Arma dei carabinieri rimasto sul posto a custodire

un arsenale a cui il comando del presidio non voleva rinunciare. Nel bel mezzo della notte s’arrestò di fronte alla caserma un camioncino da cui scesero un tenente, un sergente e sei soldati. Il tenente bussò alla porta e venne ad aprire un maresciallo. L’uomo guardò negli occhi il maresciallo e disse con fare autoritario:


“A Ravenna è scoppiata la rivoluzione e ho l’ordine del generale di prelevare tutte le armi che avete in consegna. Non c’è tempo da perdere!”.

Ora, se il maresciallo si fosse soffermato un paio di secondi su quei soldati, qualcosa di strano lo avrebbe notato e forse questa storia avrebbe preso un’altra direzione. Infatti, le divise dei sei soldati erano rotte e sporche, metà di loro era ben oltre l’età di leva e uno di loro calzava addirittura un paio di scarpe di gomma. Ma il maresciallo, intimorito dall’imponenza del tenente, non esitò un secondo e gli consegnò le chiavi dell’arsenale. A quel punto i sei soldati trasportarono alla velocità del vento le armi e le munizioni dal deposito al camioncino, con in sottofondo i comandi secchi e autoritari del tenente. Una volta finito il trasporto, gli uomini presero posto alla meglio sulle sponde del camioncino stracarico. Il tenente sedette a fianco del pilota, sporse la testa dalla cabina e, fattosi immediatamente scherzoso, urlò al maresciallo sull’attenti: “Buona notte maresciallo, dorma bene e non pensi alla rivoluzione!”. Tutti i soldati accompagnarono il saluto con una fragosa risata e una bella pernacchia. Prima che il maresciallo riuscisse capire di essere stato fregato, l’autocarro partì di corsa verso Ravenna lasciando nella sua scia l’eco di un coro cantato a squarciagola: era l’Internazionale Comunista.


Il colpo era riuscito. Il “tenente” Bulow e i suoi finti soldati avevano ottenuto la più grande scorta d’armi della zona senza neanche sparare un colpo. Ora poteva iniziare la vera lotta partigiana

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