Lo Short Squeeze di GameStop




Diverse persone hanno visto nella vicenda GameStop (GME) una rievocazione della famosa storia biblica di Davide e Golia, con i grandi fondi di investimento sfidati e sconfitti dai piccoli investitori. Ma vediamo cosa è successo e perché non è andata proprio così.


La storia inizia con un rivenditore fisico di videogiochi (GME), con ricavi in calo da anni ed alcuni investitori istituzionali che si posizionano short sul titolo, certi del tracollo finanziario dell’azienda, favorito dalla chiusura dei negozi causa covid. Ad un certo punto le posizioni short superano addirittura il numero di azioni in circolazione.


Giova ricordare che chi va short vende un’azione che non possiede (gli viene prestata) sperando di ricomprarla successivamente ad un prezzo più basso. Se invece il prezzo dell’azione sale sostanzialmente, gli short seller possono essere anche costretti a coprirsi ricomprando ad un prezzo più alto di quello iniziale, esponendosi di fatto a perdite illimitate.


Sfortunatamente per gli short seller a dicembre trapelano notizie positive riguardo GME, e tanto basta perché venga innescata una corrente rialzista dalla numerosa community di investitori retail di WallStreetBets (WSB). È evidente come in uno scenario del genere si possa configurare una situazione di forte disequilibrio tra domanda e offerta. Più il prezzo sale, più chi ha venduto allo scoperto cerca di coprire la posizione riacquistando l’azione, ma la limitatezza dell’offerta spinge il titolo ancora più in alto. Questo circolo vizioso è il famoso shortsqueeze.


Ad una prima lettura sembra quindi che i vincitori siano i piccoli investitori mentre l’establishment finanziario ne esca sconfitto. Falso, almeno in parte. Sì, ci sono stati alcuni fondi che hanno subito perdite sostanziali ma allo stesso tempo i principali azionisti di GME sono anch’essi tutti investitori istituzionali e sono proprio loro ad aver beneficiato maggiormente della situazione.


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