Miti da sfatare: Le fototessere servono solo nei documenti?

Autore: #CaffèMichelangiolo

Fototessere di Lee Godie, fanno ora parte della collezione dell’Art Institute of Chicago

Il Surrealismo ricercava l’automatismo psichico, ovvero una sorta di standby della coscienza che lasciasse spazio al manifestarsi dell'inconscio. La possibilità di poter scattare una foto in modo automatico, senza l'intermediazione dell'occhio del fotografo che inquina la spontaneità della posa, fu una rivelazione: è grazie alle Photomaton che possiamo vedere Magritte, Dalì, Breton ritratti in pose buffe e giocose, o impegnati in una messa in scena che rendeva le strisce a quattro pose una micronarrazione.


Le fototessere furono di ispirazione a Warhol per la realizzazione delle serigrafie, incarnando l'ideale pop di una macchina “sforna arte”. Ancora, le fototessere potevano servire per travestirsi e cambiare identità: è il caso di Lee Godie, un clochard di Chicago le cui opere, comprese le fototessere nelle quali impersonava ogni volta un personaggio diverso, fanno ora parte della collezione dell’Art Institute of Chicago.

Famosa è l'happening “Esposizione in tempo reale di Franco Vaccari, realizzata alla Biennale di Venezia del 1972, durante la quale i visitatori entravano nella cabina, si scattavano le foto e le attaccavano al muro, creando un enorme collage di presenze attive.


Forse è per questo che, ancora oggi, subiamo il fascino delle famose strisce a quattro pose in bianco e nero, come nel famoso film “Il favoloso mondo di Amelie”. Avreste mai pensate che anche le fototessere potessero rappresentare una forma d’arte?

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