Non nominare il trash invano!

Autore: #MicheleGiancaspro



“Quanto è TRASH!” Chi di noi non ha detto, pensato, o almeno sentito dire questa frase una volta nella vita. Il tutto, magari, accompagnato da una grossa ilarità.


Il Trash, in realtà, è un argomento molto più delicato di quanto si possa pensare. È entrato prepotentemente nel nostro vocabolario quotidiano, e ha raggiunto una diffusione che, purtroppo, ne ha comportato un uso sempre più leggero e superficiale, oscurando tutto il complesso fenomeno socio-culturale che si nasconde dietro di esso. Trattato come una mera etichetta, affibbiata a qualsivoglia prodotto estetico o persona senza troppa consapevolezza, è necessario che sia ripreso in mano, per (ri)definire il concetto. È necessario, quindi, chiedersi, una volta per tutte: cosa è il Trash?


Per rispondere a questa domanda, il punto di riferimento fondamentale è Tommaso Labranca, scrittore e autore televisivo. Nel suo libro “Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il Trash”, egli definisce il Trash come il prodotto di una massima e incontrollata libertà di espressione, che nasce da idee, canoni, e modelli considerati di alto livello all’interno dello specifico contesto culturale, e ha l’obiettivo di imitare, se non addirittura migliorare e superare i prodotti originali di ispirazione. Il risultato, però, è un’emulazione fallita, dovuta a diversi fattori, quali: povertà di mezzi, materiali e intellettuali; un’esagerata contaminazione; un certo massimalismo; e un’incongruenza nelle scelte. In altre parole, è un piccolo peccato di hybris, un atto di presunzione, dove tutto ciò che viene considerato bello e di alto valore culturale viene riproposto in maniera fallimentare a causa di una mancanza di capacità e risorse.


Guardandolo da un punto di vista sociologico, il Trash non è solo un genere, o una classificazione; ma, nella sua completezza e complessità, è una vera e propria performance, ovvero una particolare azione intenzionata a esprimere dei significati di un certo valore culturale a un pubblico che assiste a tale esibizione. Dal momento che il proposito è mostrare una grande competenza, ma la messa in atto, inetta e maldestra, genera un qualcosa che neanche lontanamente è al livello dei prodotti ritenuti di alto valore culturale di riferimento, il Trash può sembrare una semplice performance non riuscita. Eppure, questo fenomeno ha un’importante peculiarità: è genuino ed ingenuo. “Quando si è Trash non si sa mai di esserlo”, citando Labranca, e proprio questa inconsapevolezza è la chiave che rende la performance irrimediabilmente naturale, schietta, e autentica. Queste caratteristiche, nella goffaggine generale, fanno risultare il tutto efficace. In breve, il Trash è il successo dell’insuccesso.


Arriviamo, così, a una questione fondamentale: non tutto quello che è sbagliato, non riuscito, o banalmente brutto è Trash! Ogniqualvolta è lasciata intendere implicitamente, o esplicitamente, una certa intenzionalità; mancanza di spontaneità; e innaturalezza, il Trash non esiste. Non dobbiamo mai -e ripeto, mai- confondere il cattivo gusto, la mancanza di vergogna nell’esporsi, o qualcosa di maliziosamente sgradevole con una performance realmente Trash.


A questo punto, un esempio sarebbe interessante da riportare. Dopotutto, il Trash è possibile trovarlo dappertutto: televisione; web; arte; letteratura; musica; anche nelle scene di vita quotidiana in cui siamo immersi. Quindi di casi da riportare ne esisterebbero di numerosi. Tuttavia, la difficoltà sta proprio nel mostrarli, perché la rivelazione del Trash è un principio da non infrangere. Difatti, creerebbe una situazione di consapevolezza che manca all’origine, trasformandolo in qualcos’altro, che ha irrimediabilmente perso il candore di fondo. Per questa performance, il pubblico ha un compito indelicato, quasi ingrato: non può indicare, né tantomeno commentare in modo esplicito. Ciò che è concesso è solo constatarlo, ammirarlo, quasi amarlo in modo viscerale, ma allo stesso tempo raccolto. Quindi, seppur senza esempio, lascio proprio a voi la libertà di vedere, analizzare, e immaginare tutto il Trash che ci circonda. In fin dei conti, il Trash è negli occhi di chi lo vede, e potremmo tutti esserne molto più vicini di quanto avessimo mai pensato.


Per concludere, abbiamo visto come questo fenomeno, giudicato spesso come banale, è in realtà molto più profondo e complesso di quello che la società contemporanea crede. Da oggi, dunque, ponderate bene l’uso del termine Trash. Prima di puntare il dito, pensateci su, e poi, nel caso lo vediate o intravediate, fate questo: rimanete in silenzio, tenetelo per voi, e coccolatelo. Perché il Trash è fragile, e nessuno ha il diritto di ferirlo. Perché il Trash è buono, e tutti abbiamo il dovere di amarlo. Perché anche noi, nel nostro piccolo potremmo essere Trash: “c’è sempre qualcuno più a nord di noi che ride alle nostre spalle e ci compassiona”, e tutti abbiamo il diritto di vivere le nostre piccole illusioni.


Avevi mai fatto queste considerazioni rispetto al Trash? Cosa ne pensi al riguardo?





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