Geopolitica del vaccino: un nuovo terreno per costruire alleanze


La politica applicata alla sfida vaccinale

È passato quasi un anno dalla diffusione su scala mondiale della pandemia che sappiamo aver avuto origine in Cina. Parole come lockdown, mascherina, vaccino, e assembramenti sono ormai diventate il cavallo di battaglia in ogni conversazione. Tra queste, la parola magica che ci restituisce fiducia è “vaccino”. Tutti aspettiamo con ansia il momento in cui potremo dichiarare sconfitto il virus che per troppo tempo ha fatto parte delle nostre vite.


Nel giro di un anno, in tempi record, sono già state sviluppate diverse varianti di vaccino, mentre altre sono in via di sperimentazione. Ma la corsa al vaccino di questi mesi non è soltanto per garantire una copertura sanitaria tale da non permettere la diffusione del virus: si tratta anche di una partita geopolitica. Chi riuscirà per primo a vaccinare la maggior parte della popolazione potrà infatti riprendere le attività economiche a pieno ritmo ed ottenere quindi un vantaggio competitivo rispetto agli altri Paesi. Inoltre chi rimarrà indietro dovrà colmare il divario attraverso un adeguato sostegno economico ai cittadini.


Oltre a questi fattori, il vaccino rappresenterà anche un delicato ago della bilancia per capire come si posizioneranno le varie potenze in quanto ad egemonia commerciale e diplomatica nei prossimi anni. Va da sé che bassi prezzi di vendita attireranno maggiori compratori, che quindi saranno dipendenti e riconoscenti al Paese venditore.


In Europa sono stati attualmente approvati dall’EMA (European Medicine Agency) i vaccini delle case americane Pfizer e Moderna e quello della britannica AstraZeneca. La vaccinazione ha avuto inizio in tutti i Paesi dell’Unione lo scorso 27 dicembre, in quello che è stato soprannominato il “vaccine day”. La Commissione Europea si è infatti impegnata nell’acquisto di un ingente numero di dosi volto a soddisfare il bisogno degli Stati Membri, azione che ha rappresentato un momento di grande unità e solidarietà sovranazionale. Poi il flop: AstraZeneca e Pfizer annunciano un ritardo consistente nella consegna dei vaccini destinati all’UE che, secondo le parole del Viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, potrebbero far “slittare di circa 4 settimane i tempi previsti per la vaccinazione degli over 80 e di circa 6-8 settimane per il resto della popolazione”. Mentre si prepara una contromossa legale per i rallentamenti di distribuzione e Bruxelles è sommersa dalle critiche, l’Ungheria di Orban non rimane con le mani in mano e annuncia di aver raggiunto un accordo per l’acquisto del vaccino della cinese Sinopharm, oltre alla prenotazione del russo Sputnik V, aprendo così l’ennesimo capitolo della ormai conclamata distanza dall’Unione.


Questi vaccini non sono stati approvati in Occidente perché non centrano i requisiti di sicurezza e trasparenza dei dati. Tuttavia sono già somministrati alle popolazioni locali di numerosi Paesi e prenotati da molti altri: si tratta dei vaccini Sinopharm, Sinovac e Cansino Biologics, provenienti dalla Cina, e Sputnik V dalla Russia (registrato nonostante la mancata sperimentazione nella terza fase).

I principali acquirenti sono paesi in via di sviluppo che non hanno potuto avere accesso ai vaccini “occidentali”, che sia per una tardiva ordinazione o per il loro prezzo elevato. In questo modo Cina e Russia cercano di sfruttare a loro vantaggio la situazione per accedere ai mercati di molti paesi che stanno attraversando una transizione economica e tessere delle durature relazioni diplomatiche.


Fin dalla prima ondata il governo cinese si è reso disponibile per inviare aiuti sanitari, dalle equipe mediche alle mascherine, ai Paesi che presentavano maggiori criticità nella lotta contro il virus, in particolar modo ai Paesi in via di sviluppo. Per quanto riguarda i vaccini, si sono affidati a Pechino l’Indonesia, il Brasile, la Turchia, alcuni Paesi dell’America Latina, il Nord Africa e l’Africa Subsahariana, la maggior parte del Sud-Est Asiatico e alcuni tra i Paesi del Golfo, tra cui gli Emirati Arabi. Così facendo, la Cina sta creando una nuova via della seta sanitaria, coltivando vecchi rapporti e costruendone di nuovi, e riscattando di fatto la sua immagine di centro di diffusione del virus.


In molti anche a prenotare le dosi di Sputnik V, in Asia, Africa e America Latina, tra cui nazioni come Messico, Cile, Venezuela, Bolivia e Argentina, ovvero quegli stessi Paesi che durante la guerra fredda gli americani hanno considerato come “il cortile di casa”. Il cosiddetto “american backyard”, prima sotto il serrato controllo politico degli USA, viene ora invaso dal nemico storico per eccellenza grazie ad un vaccino il cui nome ricorda molto le vecchie glorie sovietiche nell’esplorazione dello spazio e la dice lunga sugli obiettivi di conquista di Putin (Sputnik è il nome del primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alle Terra nel 1957 dal regime sovietico).


I vaccini a basso costo rappresentano quindi il nuovo perno attorno a cui ruotano le politiche espansionistiche ed egemoniche delle grandi potenze. Questa competizione è per Cina e Russia un mezzo per affermare le proprie capacità tecnologiche rispetto al magnate statunitense, rafforzando al contempo la loro leadership nei differenti contesti regionali; per gli Stati Uniti rappresenta invece la volontà di tornare ad esercitare influenza sul vecchio continente e una possibilità di riscatto rispetto all’avventata gestione della pandemia da parte dell’ex presidente Trump. Dal momento del suo insediamento alla Casa Bianca, Biden ha infatti espresso il suo impegno nel ripristinare la politica diplomatica degli States, condannando le azioni di Cina e Russia, che identifica come regimi antidemocratici e autoritari. Obiettivo comune è infine rinforzare lo spirito nazionalistico interno, a seguito delle partecipate proteste che hanno scosso ognuno di questi Paesi.


Mai come adesso ci troviamo di fronte alla constatazione di come medicina, politica ed economia siano strettamente connesse e che insieme tengano le fila del mondo intero. Se dapprima l’ambito sanitario nazionale era capace da solo di contenere e provvedere alle crisi epidemiche, oggi, soprattutto a seguito della globalizzazione e della facilità di movimento delle persone, possiamo riscontrare un’elevata internazionalizzazione del rischio, che rende obsoleto il concetto di sanità nazionale ed apre la strada per una gestione transnazionale della sanità pubblica. Di qui la necessità di cooperare non solo per salvaguardare la salute dei propri cittadini, ma anche quella di tutta la popolazione del mondo.

La medicina non dovrebbe essere infatti a disposizione soltanto di coloro che investono capitali per lo sviluppo di nuovi medicinali o tecniche di cura, ma si tratta di uno strumento solidale di cui l’umanità intera deve poter usufruire.


E secondo voi? Chi arriverà primo nella corsa al vaccino?

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