Lo sport di chi non ha una nazione

Autore: #AlessioNorrito

Chi sono gli atleti olimpici rifugiati? - Jan Northoff Photography

È il 6 agosto 2016 quando Yusra Mardini si tuffa per la prima volta nell’Estádio Aquático Olímpico di Rio de Janeiro. È il giorno dei 100m farfalla e lei, a differenza di tutte le altre atlete in batteria, non rappresenta nessuna nazione. L’impianto del quartiere di Barra da Tijuca è all’avanguardia, si trova proprio di fronte all’oceano. È “bucherellato” per fare in modo che il vento che investe la baia quotidianamente possa rinfrescare gli spettatori all’interno. Chissà se questa brezza porta con sé anche la salinità dell’oceano, l’odore delle onde del mare. Quel mare che tutti a Rio vogliono ammirare, che è dipinto all’esterno delle pareti dello stadio attraverso l’opera “Celacanto provoca Maremoto”, dove le onde sono sconnesse ma geometricamente perfette, inserite in dei quadrati delle stesse dimensioni, con l’acqua che scorre violenta in direzioni diverse. Quel mare che Yusra detesta, dove non vuole più nuotare. Lei è nata in Siria, a Damasco, ma non è più Siriana. È una ragazza del '98, una coetanea, e nella sua famiglia nuotano tutti da sempre, nella piscina locale. Finché una bomba non la distrugge, nel 2015. Macerie nell’acqua, che nessuno ha voglia di recuperare. Che resteranno lì, perché in guerra non c’è tempo di nuotare. Perché le bombe continuano a cadere, e colpiscono tutto, anche la casa di Yusra. Un botto sordo, e Yusra e la sua famiglia perdono tutto. Ed è così che, esattamente un anno prima di trovarsi in batteria alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, fugge. Da Damasco a Beirut. Da Beirut alla Turchia. Prima Istanbul, poi Smirne. Lì, dove partono le barche e ti portano in Europa, in cambio di qualche migliaio di euro ad un capitano che decide il tuo futuro senza chiedere un opinione. Per il solo fatto che tu hai avuto il culo di salvarti dalle bombe, lui no.


E allora si parte, si attraversa il mare su una barca che attraversa quel breve terribile tratto che porta dalla Turchia alla Grecia. Anche qui, si scappa per non morire, perché dietro ci sono le bombe e davanti l’unico futuro possibile. Ed è qui, in questo tratto, che la barca di Yusra si ferma. E’ il motore. E’ rotto. Non parte più. La barca è in balia del mare. La Grecia è lì, si intravede l’isola di Lesbo, la casa di Saffo, la donna più influente dell’età classica. Ed è così che tre donne si gettano in mare. Sono Yusra, sua sorella maggiore Sarah e un’altra ragazza. Decidono che quell’isola devono assolutamente raggiungerla, è l’unica strada per quel futuro possibile. E la raggiungeranno, facendo quello che sanno fare meglio. Nuotare. E nuotare ancora. Bracciata dopo bracciata, calcio dopo calcio, trascinando la barca. E continuano a nuotare, per tre ore e mezza in mare aperto, conquistando la loro salvezza.

La testimonianza presso l'UNHCR

Il racconto, per quanto possa sembrare esagerato, è minuziosamente veritiero, ed è così come lo immaginano i miei occhi, le mie mani e i miei polmoni. E’ così come lo racconto io, ma non come lo racconta lei. “Certo che sarebbe stato imbarazzante se fossimo annegate, siamo delle nuotatrici”. Poche parole certamente, ma pragmatiche, dismissive. Un atto di forza micidiale, ma dovuto, perché è questo che fanno le nuotatrici. Nuotano. Lo dice lei, di fronte ad un microfono, in Germania. Da quel giorno in Grecia, Yusra è passata per Macedonia, Serbia, Austria e Ungheria, attraversando confini a piedi o sulle carrozze di un treno. Ha deciso di stabilirsi in Germania, era lì che voleva andare fin da subito. Niente è riuscito più a spaventarla dopo il mare. Neanche la polizia ungherese che le ha beccate ad attraversare il confine con la Serbia a piedi. Indifferenti ad ogni minaccia. “Stavamo per morire in mare, pensi di poterci spaventare?”. Fragilmente invincibili.


L’accoglienza è decisamente migliore in Germania. Viene portata in un campo per rifugiati, dove per prima cosa chiede se si può allenare in piscina. Ce l’ha fatta, ora le tocca solo nuotare. Ora può solo nuotare e provare a ritrovare la serenità ad ogni colpo di braccia. Ha tanti amici che le nuotano accanto, ha la scuola. Ha quel suo unico futuro possibile, ed un passato che le aveva promesso una vita diversa. “Della Siria? Mi mancano i miei amici, la mia casa, il mio letto. Se mi chiedete cosa mi manca di speciale? Tutto. Quel “qualcosa di speciale” era tutto.”.


E’ forse questo il punto più toccante di quella conferenza stampa, ormai tanto lontana ma sempre tanto attuale. Perché anche nel 2021, a Tokyo le olimpiadi presenteranno la nazione di chi non ha una nazione. La squadra degli “Atleti Olimpici Rifugiati”. Un termine, questo “rifugiati”, che sembra fare sempre più paura. Che, col passare del tempo però, è messo sempre più in discussione. Che sembra un’etichetta negativa, un marchio indelebile.

L'inseguimento di un sogno - Pilar Olivares / Reuters

E già passato un po’ di tempo da quando ho proposto per la prima volta la mia ricerca, trovare un modo efficace per includere i rifugiati nel tessuto sociale dei paesi ospitanti, utilizzando il calcio. Oggi continuo a portarla avanti, ricredendomi ogni giorno su quelle che sono delle presunzioni di conoscenza sul problema. E, più leggo di storie come quella di Yusra, e sempre di più penso “ma chi sono io per dire a questi come si devono integrare?”. Dal brainwashing mediatico di un disinteressato, ero sempre più propenso al pensare “poverini”, a commiserare la loro situazione. Ora non dico che non sento un calcio nello stomaco quando ascolto queste storie, specialmente perché le uniche “storie” che sentiamo sono spesso a lieto fine. Eh sì, perché c’è qualcuno ancora in vita per raccontarle. Tante altre, le conosce solo il mare. No, io li ammiro. Provo profonda ammirazione per ogni singola persona che affronta un viaggio verso l’unico futuro possibile. Anzi, credo di potere imparare molto da loro, di volere imparare molto da loro. Vorrei semplicemente avere il loro coraggio. Io, noi, che non abbiamo mai affrontato un viaggio per sopravvivere. Al massimo per provare a vivere meglio, per avere un lavoro, per realizzarci. Mai in pericolo di vita. Ma questo è un pensiero che è meglio non esternare troppo. Yusra non è una rifugiata, non è semplicemente questo che la qualifica. Lei è una donna, una studente, una nuotatrice. Quando finirà la scuola, vuole diventare una pilota. E per ora vuole nuotare. Questa conferenza stampa, con il suo allenatore, è un'eccezione. Sono lì per far contenti i giornalisti, una rara giornata di riposo. Perché per loro l’importante è il nuoto. “Nuoto, studio e tedesco”. In quest'ordine. Ed è così che alla fine della conferenza stampa, Yusra si mette di lato e mangia un panino al formaggio. L’ultima domanda a cui ha risposto non c’entra niente con lo sport. Le hanno chiesto se volesse gareggiare per la Siria o per gli Atleti Olimpici Rifugiati. “Non importa quale bandiera porterò, nel mio cuore le porto entrambe. Voglio solo nuotare”. Una brutta domanda da fare alla fine. Si parla di sport, non di bandiere che dividono gli uomini. La risposta di Yusra è bellissima, vuole solo nuotare. Ed è forse giusto che qualcuno la avvicini mentre mangia il panino al formaggio e le faccia un'ultima domanda. Una domanda sportiva, sulle bracciate. “Mi sto concentrando sullo stile libero, ma ho un debole per la farfalla. E’ difficilissimo, per questo lo adoro”.


Forse questa conferenza stampa è durata troppo, meglio ritornare a Rio, dove Yusra si è tuffata in quella piscina soffiata dal vento e dal mare. Il corpo ondeggia, le braccia ruotano colpendo l’acqua, spingendola in avanti. Questa volta non servono tre ore e mezza per regalarci la bellezza di una storia di vita. Questa volta bastano un minuto e nove secondi a Yusra per vincere la sua batteria. No, non vincerà più nessun'altra gara. E forse va bene anche così, perché alla fine lo sport è anche questo. Vince solo uno, ma partecipano tutti. Anche senza una casa, anche senza una bandiera. Anche chi è lì perché vuole solo nuotare.

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