Siamo chi siamo grazie (anche) a Sanremo


Senti un intenso profumo di fiori nell’aria, ma guardandoti intorno non ne vedi nemmeno uno? Percepisci della musica arrivare alle tue orecchie, ma tutti i tuoi dispositivi non stanno riproducendo nessuna canzone? In questo periodo le scalinate ti sembrano più belle e scintillanti? Niente paura, non stai impazzendo.

Oggi inizia il Festival di Sanremo!


Il Festival della Canzone Italiana, che si tiene dal 1951 nella città di Sanremo, è uno dei fenomeni sociali e culturali più importanti dell’identità collettiva italiana. Nel corso degli anni ci ha regalato canzoni, personaggi, e momenti iconici non solo per la manifestazione in sé e per sé. La maggior parte hanno avuto una risonanza enorme anche al di fuori dell’Ariston, rimanendo nella memoria collettiva italiana per sempre.


So già che non tutti sono d’accordo con questa mia idea. Se da una parte ci sono coloro che fanno della kermesse una ragione di vita per cinque giorni alla settimana, come me; da un’altra possiamo trovare gli anti-Sanremo. Radicali e stoici nel rinnegare il Festival di Sanremo come elemento fondamentale della cultura nazionale, non solo non vogliono guardare la manifestazione, ma la disprezzano, manifestando a gran voce su tutti i canali – online con i social, ma anche offline, parlando faccia a faccia – quanto siano contro la manifestazione.


Tuttavia, trascendendo le questioni prettamente personali, quello che voglio fare è invece prendere Sanremo da una prospettiva collettiva, dove tutti siamo coinvolti perché condividiamo gli stessi – o comunque, gran parte – riferimenti culturali legati al Festival della Canzone Italiana. Riferimenti che vivono nella nostra memoria collettiva e che hanno forgiato, così, la nostra identità culturale e sociale. Come? Bene, ecco alcuni esempi.


Uno dei punti cardini di Sanremo è la capacità, spesso, di saper leggere il mutamento del contesto culturale italiano. Grazie ai generi innovativi presentati sul palco dell’Ariston, il pubblico nazionale ha avuto da sempre l’opportunità di conoscere un nuovo tipo di musica grazie alla kermesse. In tempi recenti si pensa al rap e hip hop. Tuttavia, un genere su tutti è diventato parte integrante della cultura italiana grazie a Sanremo: il rock. Questo genere è arrivato al grande pubblico in Italia grazie proprio al Festival. È il 1961 quando Adriano Celentano e Little Tony portano sul palco una canzone che, oggi, rappresenta un pezzo classico della nostra cultura: “24mila baci”. Un inizio tuttavia molto difficile, perché il genere, percepito ancora come troppo americano, non fu accolto benissimo dal pubblico nazionale. Eppure, a distanza di anni, la storia del rock italiano ha dato vita a canzoni e personaggi che hanno segnato la cultura nazionale in maniera profonda. Ecco, tutte le volte che ascoltiamo un pezzo rock italiano, ricordiamoci che tutto parte da 24mila baci. Tutto parte dal Festival di Sanremo.


Spesso e volentieri, tantissime canzoni che fanno parte della nostra identità musicale italiana sono state presentate a Sanremo, senza che forse lo sappiamo. Per citarne alcune: “Nessuno mi può giudicare” di Caterina Caselli. “Un’emozione da poco” di Anna Oxa. “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri. “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi. “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini. “L’Italiano” di Toto Cotugno. “Siamo Donne” di Jo Squillo e Sabrina Salerno. “La solitudine” di Laura Pausini. “Come saprei” di Giorgia. “La terra dei cachi” di Elio e le Storie Tese. “Laura non c’è” di Nek. “Luce (tramonti a nord-est)” di Elisa. “Salirò” di Daniele Silvestri. “Angelo” di Francesco Renga. “Ti regalerò una rosa” di Simone Cristicchi. “Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani. “Rolls Royce” di Achille Lauro. Ce ne sarebbero tantissime altre, comunque, che comporrebbero una lista infinita – tanto che mi sento in colpa ad escluderle da questa lista. In ogni caso, giocandomi i Jolly, ovvero le canzoni che tutti, ma proprio tutti conosciamo, dico “Vado al massimo” e “Vita spericolata” di Vasco Rossi. Tutte queste canzoni sono parte di noi. Le abbiamo ascoltate almeno una volta, se non cantate addirittura al karaoke o sotto la doccia.


Non solo, ma tante canzoni sanremesi hanno delle strofe o dei ritornelli che sono diventati dei veri tormentoni nel linguaggio quotidiano. “Volareeeeee Ohhh Ohhhh”, iconico ritornello di Modugno, parte della celeberrima canzone “Nel Blu Dipinto di Blu”. “Gianna Gianna Gianna”, tratto da “Gianna” di Rino Gaetano. “Donne, du du du, in cerca di guai”: Zucchero. “Trottolino amoroso, du du du, da da da”, dal brano “Vattene Amore” di Amedeo Minghi e Mietta “Soldi, Soldi [ta ta]”: Mahmood. Ecco, questi tormentoni sono nati al Festival di Sanremo, e sono entrati nel nostro immaginario collettivo come qualcosa di più di una canzone. Sono spesso un intercalare, un riferimento comune, che sono parte del nostro parlare di tutti giorni quando ci viene dato il la per citarli. Gridare a squarciagola “Volareeeeee” è un tratto identitario fondamentale per noi italiani. È impossibile non dire “Gianna” tre volte quando viene nominato questo nome. Nessuno sa resistere ad aggiungere un “du du du, in cerca di guai” dopo la parola “donne”, come anche il “du du du, da da da” dopo un “trottolino amoroso” È diventato ormai automatico battere le mani dopo “Soldi”. Insomma, volenti o nolenti, Sanremo è parte di noi anche nel modo di esprimersi quotidiano.


Altri eventi di Sanremo che hanno segnato la nostra identità? I fuori programma. Diventati spesso un cult, precursori dei meme prima che esistessero, o trasformati in meme se avvenuti in tempi recenti, ci sono stati dei momenti che sono andati oltre la scaletta, oltre la routine e le aspettative del pubblico, spesso e volentieri oltre qualsiasi logica, superando di gran lunga l’immaginazione. Questi sono molto forti dagli anni ‘90 in poi, ovvero da quando la super-potenza televisiva di Sanremo ha permesso di raggiungere un’audience enorme. I più iconici?

Nel 1992, Cavallo Pazzo – al secolo Mario Appignani – irrompe sul palco urlando a gran voce “Questo Festival è truccato! Lo vince Fausto Leali!”. Un attonito Pippo Baudo lascia che la sicurezza porti via l’attivista/disturbatore, proseguendo così la gara. Tre anni più tardi, sempre il presentatore siciliano si trova protagonista di un altro evento fuori schema, entrato di diritto nella storia non solo televisiva, ma culturale italiana. Baudo, infatti, si trasforma in eroe, sventando un tentato suicidio in diretta: una scena da film americano!

Potremmo anche parlare dell’orchestra che lancia gli spartiti sul palco a Sanremo 2010, dopo l’esclusione di Malika Ayane dal podio. Come non ricordare lo scandalo del tatuaggio di Belen a Sanremo 2012. Anche il comico Maurizio Crozza offeso da un uomo del pubblico durante il suo monologo, datato 2013, merita una menzione importante in questa lista. Oltre a questi eventi più recenti, pure nel passato più lontano ci sono stati sicuramente momenti di questo tipo, che purtroppo le telecamere televisive non hanno ripreso.

Tuttavia, uno è la madre dei momenti da fuori programma, diventandone emblema: l’affaire Bugo-Morgan di Sanremo 2020. Ecco, questo momento è storico per una serie di ragioni: il cambio di testo apportato da Morgan – che tutti conosciamo meglio dell’originale; Bugo che lascia il palco durante l’esibizione-accusa del suo (ex) amico e collega; le reazioni incredule di Morgan. Tutto ciò è un punto cardine della questione. Dal giorno successivo, sui social sono comparsi migliaia di contenuti a tema, tra video, foto, meme, e chi ne ha più ne metta. Tutti abbiamo inglobato l’evento, facendolo nostro a livello collettivo, contestualizzando il tormentone anche in diverse situazioni per comunicare con gli altri. È diventato un tratto essenziale della nostra identità nazionale, uscendo fuori dal qui ed ora del palco dell’Ariston. Anche chi non guardava Sanremo ne è stato influenzato, e tutti, anche inconsciamente, siamo stati forgiati da un momento di grande rilevanza nel Festival.


Potrei scrivere tantissime altre cose sul Festival di Sanremo, su come sia entrato nel nostro immaginario collettivo grazie a performance ed eventi che sono radicati nella cultura italiana. Credo, comunque, che questo sia abbastanza sufficiente a far vedere come siamo tutti figli di Sanremo, anche inconsciamente. Tra canzoni, tormentoni, e momenti cult, la nostra identità culturale è in parte ben fondata sulla kermesse per eccellenza in Italia.

Certo, non mi aspetto che questi momenti rappresentino la stessa cosa per tutti. Magari per i fan di Sanremo è stata una specie di operazione nostalgia, oppure un modo per scaldarci in vista dell’edizione che sta per partire. Per i più moderati potrebbe rivelare una piccola sorpresa: vedere come, per tanti anni, Sanremo è stato molto di più rispetto a “l’unica cosa che c’è in tv stasera”. E per gli anti-Sanremo? Beh, è stata una dichiarazione di intenti (sono ironico, sia chiaro!). Per gli anti-Sanremo vorrei fosse un’opportunità di rivalutazione del Festival. Non tanto in termini assoluti, sia chiaro. Non mi aspetto nessuna conversione ad essere devoti all’Ariston – Pippo Baudo, perdona loro. Semmai, vorrei fosse almeno l’occasione per far capire quanto Sanremo sia radicato nella nostra identità collettiva, rendendoci unici perché nessun’altro posto al mondo può vantare una manifestazione del genere. Infatti, senza Sanremo, non avremmo dei personaggi, dei momenti, delle canzoni che ci uniscono come italiani a livello culturale.


Ecco, se per questi ultimi così non è stato, c’è solo un modo per raggiungere il mio obiettivo, ovvero giocando la carta più efficace e potente di tutte. Quella a cui nessuno può dire di no. Quella a cui tutti cedono, facendo scendere sempre una lacrimuccia e che dimostra come il Festival di Sanremo è parte integrante della nostra identità. È una formula magica, ma che ha un significato simbolico nella cultura italiana come poche altre. Un bel respiro, e ad alta voce recita:

DIRIGE L’ORCHESTRA IL MAESTRO BEPPE VESSICCHIO.

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