Brexit: Problemi di lingua nell’Unione europea

Autore: #LorenzoBruni





Il 23 Giugno 2016, il 51,9 % dei votanti nel Regno Unito si è espresso a favore dell’uscita dall’Unione europea. Dopo varie esitazioni, rinvii e bocciature, la cosiddetta Brexit è ufficialmente entrata in vigore dal recente 1 Febbraio 2020.

Di fondamentale rilevanza iniziano ad essere i dubbi e le incertezze che riguarderanno l’uso della lingua inglese, da sempre considerata come la più condivisa a livello mondiale, all’interno delle istituzioni europee. Il multilinguismo è un pilastro che caratterizza l’Unione sin dagli albori ed il Parlamento europeo ne è il principale mentore. Questo ha l’obbligo, in base agli statuti vigenti dell’UE, di tradurre i testi che vengono pubblicati da tutte le istituzioni europee nelle 24 lingue ufficiali. Di conseguenza, nasce l’esigenza di un servizio di traduzione e interpretariato di necessaria e vitale importanza, al fine di garantire l’uguaglianza totale tra tutti i paesi componenti, dalla Germania a Malta. Ma cosa c’entra la Brexit in tutto questo?

Il fatto che, dal 1 Febbraio, il Regno Unito non sia più membro dell’Unione europea, solleva un’enorme problema: l’inglese non è più lingua ufficiale della UE. Ma come è possibile gestire un’organizzazione così grande senza usare la lingua di Shakespeare, che progressivamente è diventata lingua di prassi negli uffici ed è parlata da poco più di 1 miliardo di persone? Forse il francese o altre lingue possono sostituire il così grande gigante inglese? La risposta ovviamente è negativa, ma forse potrebbe esserci uno stratagemma per risolvere questo inconveniente.


Malta (493.000 ab.) e la Repubblica irlandese (quasi 5 milioni di ab.), attuali membri dell’Unione europea, nel momento del loro ingresso nell'Istituzione, hanno accostato l’inglese alle loro lingue ufficiali, ovvero irlandese e maltese; questo renderebbe la principale lingua europea una lingua co-ufficiale a tutti gli effetti e ne giustificherebbe quindi la presenza.


La domanda sorge spontanea: è giusto permettere la permanenza di una lingua così diffusa, grazie soltanto a circa l’1% degli abitanti dell’Unione europea?


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