MORIRE IN UN GIORNO DI SOLE: I 10 GIORNI NERI DI PALERMO

Autore: #ChiaraPiloni


Quelli che sono stati cronachisticamente definiti i “dieci giorni neri di Palermo” prendono le mosse dagli omicidi dei commissari di polizia Ninni Cassarà e Beppe Montana, delitti che hanno sancito l’avvio dell’escalation omicida contro gli uomini dello Stato.


Siamo nel luglio 1985. Nonostante l’estate sia cominciata da un po', il dottor Montana si trovava in mezzo alle scartoffie della Squadra mobile di Palermo così come il suo amico e collega Cassarà impegnato alla Questura. I loro omicidi scossero una Palermo già tormentata da spargimenti di sangue e omertà.


Montana: un pericolo per il potere mafioso

Francesco Marino Mannoia, collaboratore di giustizia dal 1989 dichiarò che “in quel periodo c’era un grosso accanimento da parte delle forze dell’ordine, in particolar modo del dottor Cassarà e Montana, appunto nella ricerca dei latitanti. Si entrava nella logica, nell’intelligenza di Cosa Nostra e poliziotti validissimi che non erano avvicinabili si dovevano eliminare perché sarebbero passati decenni affinché potessero essere sostituiti dalla stessa validità e quindi dare fastidio al potere”.


a risposta della mafia a questa “caccia all’uomo” non si fece attendere. Il 28 luglio 1985 GiuseppeBeppe” Montana, capo della sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo, soprannominata in quegli anni “avamposto degli uomini perduti”, viene ucciso con quattro colpi di pistola in volto davanti agli occhi impotenti della fidanzata Assia.


Montana aveva già dato prova di conoscere la mafia arrestando a Catania i fedelissimi di Nitto Santapaola per poi trasferirsi nel capoluogo siciliano nel 1982, dopo la strage di Carini. A Palermo raccolse l’eredità di Boris Giuliano cercando punti di contatto con altre organizzazioni criminali e seguendo le grandi piste internazionali che facevano convergere in Sicilia i proventi del traffico di droga.

Anche quel tragico 28 luglio Montana, nonostante la pausa estiva, aveva sfruttato l’occasione di una gita in motoscafo per controllare la costa tra Porticello e Casteldaccia dove era convinto si nascondessero i latitanti, forse incoraggiato dall’operazione della settimana precedente che aveva portato all’arresto di alcuni membri della famiglia di Pino Greco detto Scarpuzzedda, accusato di aver commesso 58 omicidi tra cui Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa e Pio La Torre.


Ninni Cassarà: una morte studiata

In quegli anni la Polizia lavorava in condizioni molto precarie date dall’assenza di fondi che precludeva la possibilità di avere a disposizione i mezzi più elementari come automobili e strumentazione tecnologica adeguata. È in questo clima che opera Antonio “Ninni” Cassarà, vice dirigente della squadra mobile ucciso il 6 agosto, solo 9 giorni dopo Montana, davanti alla moglie Laura.


I killer si erano appostati all’interno del palazzo in via Croce Rossa nel quale abitava il commissario aspettando che tornasse dall’ufficio, freddandolo con duecento colpi di mitra, uccidendo anche il giovane agente della scorta Roberto Antiochia. La cronaca dell’epoca parlò di una morte studiata nei minimi dettagli: via Croce Rossa era stata bloccata in entrata e in uscita da un commando mafioso mentre un altro gruppo di uomini era appostato nel palazzo di fronte. Il commissario era stato tradito da qualcuno a lui molto vicino che aveva comunicato ai sicari l’ora in cui Cassarà avrebbe lasciato il commissariato e l’ora del probabile arrivo a casa.


Oltre all’amicizia, ciò che legò i destini dei due poliziotti fu un evento drammatico avvenuto dopo la morte di Montana e prima della morte di Cassarà: le indagini sulla morte di Serpico - così definito Montana dai suoi colleghi - che videro protagonista Salvatore Marino, un giovane ritenuto colpevole dell’omicidio o almeno di essere complice dei sicari. Il giudice che si occupò del caso parlò di “isteria collettiva” dei poliziotti che convocarono e torturarono fino alla morte il giovane calciatore; negli anni successivi, gli inquirenti hanno rintracciato in questo atto di isterismo il detonatore della decisione meticolosamente studiata di uccidere anche Cassarà.


Ninni, come Beppe, era un irriducibile uomo dello Stato molto apprezzato nel suo ambiente, in particolare modo da Falcone e Borsellino, i quali si onoravano della sua amicizia ma allo stesso tempo era temuto dalla Cupola per la sua tenacia, bravura e meticolosità. Pochi mesi prima aveva redatto la stesura del “Rapporto dei 162” che rivelò l’intero organigramma della mafia, fondamentale per istruire il Maxiprocesso di Palermo iniziato nel 1986. Una costante che si rintraccia nei racconti dei familiari delle vittime di mafia riguarda il fatto che queste persone, nel corso della loro attività, furono lasciate sole dalle istituzioni. Basti pensare a Falcone, Borsellino, dalla Chiesa, Giuliano e gli stessi Montana e

Cassarà che condivisero lo stesso tragico destino pur essendo mossi dallo spirito di servizio e dal senso dello Stato.


Cassarà, forse consapevole di essere il prossimo obiettivo della mafia, trovandosi sul molo dove giaceva il suo collega, riferì con convinzione al giudice Borsellino: “Paolo, convinciamoci che siamo dei morti che camminano”.


Forse il commissario si era reso conto che lo Stato non stava tutelando chi come lui ogni giorno combatteva la criminalità organizzata? Si era forse reso conto prima di Falcone e Borsellino che gli uomini coinvolti nella lotta alla criminalità organizzata erano uomini soli?


Articolo in collaborazione con l’associazione Aula1240

Bibliografia:

- Ayala G., 2008, Chi ha paura muore ogni giorno, Milano, Mondadori

- Falcone G., 1991, Cose di Cosa Nostra, Milano, BUR

Per saperne di più:

- https://www.passaporto-futuro.com/post/l-estate-del-76-e-il-mancato-grande-sorpasso per una lettura sulla storia delle elezioni politiche dell’Italia contemporanea durante gli anni di piombo.

- https://www.passaporto-futuro.com/post/percezione-di-sicurezza-analisi-dei-principali-reati un’analisi sulla percezione della criminalità in Italia negli ultimi anni.

- https://www.passaporto-futuro.com/post/la-mafia-%C3%A8-una-montagna-di-merda sono passati 28 anni dalla strage in via D’Amelio e più di 30 anni dalle condanne del Maxiprocesso portati avanti da Giovanni Falconi e Paolo Borsellino.

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